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Sete di vento – Contenuti Extra

Sete di vento

Sete di vento - di Carmen Laterza

Chi di voi non si sente,
oggi, simile ai falchi
e all’aquile rapaci?

Chi di voi non ha sete
di vento e di tempesta?

Curzio Malaparte

CONTENUTI EXTRA

La situazione geo-politica

Fiume agli inizi del Novecento

Agli inizi del Novecento Fiume è una città libera sotto l’impero austro-ungarico e questo le ha permesso di svilupparsi come un importante centro industriale e commerciale.

Un efficiente servizio ferroviario la collega a Vienna e Budapest. In città c’è l’acquedotto, l’illuminazione a gas e, cosa molto rara all’epoca, quasi tutte le abitazioni hanno il bagno.

Fiume, veduta generale
Fiume, veduta generale

Il cuore pulsante della città è il porto, decimo in Europa nel 1912 per traffico merci, con esportazioni di legname, carbone e bestiame. Intoro al porto fioriscono le attività: il cantiere navale, un silurificio, una distilleria, una corderia, una cartiera, una manifattura tabacchi e ben dodici banche.

Crocevia di lingue e culture, è soprannominata la Babilonia d’Europa: si parlano soprattutto italiano, ungherese e croato, ma sono presenti anche comunità tedesche, slave, serbe, polacche e ceche.

Mappa di Fiume
Mappa di Fiume

Nonostante la sua complessità etnica, Fiume ha un’identità fortemente italiana, ereditata dalla lunga dominazione veneziana sulle città costiere dell’Adriatico. Gli italiani non sono solo la comunità più numerosa, ma anche la più influente: ricchi, istruiti e attivi economicamente, costituiscono l’élite dirigente della città.

Fiume, piazza Adamich ai primi del Novecento
Fiume, piazza Adamich ai primi del Novecento

 La Conferenza di Parigi

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, la Conferenza di Parigi (1919) ridisegna i confini europei e sancisce la nascita di nuovi stati, tra i quali la Jugoslavia.

I quattro grandi alla Conferenza di Parigi. Da sinistra: David Lloyd George (Regno Unito), Vittorio Orlando (Italia), Georges Clemenceau (Francia), Woodrow Wilson (USA)
I quattro grandi alla Conferenza di Parigi. Da sinistra: David Lloyd George (Regno Unito), Vittorio Orlando (Italia), Georges Clemenceau (Francia), Woodrow Wilson (USA)

La Croazia rivendica Fiume, ma il porto fa gola a molti: gli inglesi vogliono controllare le rotte commerciali, gli americani mirano a ottenere vantaggi economici nella regione, e la Francia vede in Fiume un utile scalo per gestire le rotte verso le proprie colonie in Indocina.

Per evitare tensioni, in attesa di una decisione definitiva a Parigi, viene istituito un Comando Interalleato con il compito di amministrare temporaneamente Fiume.

In verde chiaro i territori che erano stati promessi all'Italia nel Trattato di Londra (1915)
In verde chiaro i territori che erano stati promessi all’Italia nel Trattato di Londra (1915)

La Vittoria Mutilata

Alla Conferenza di Parigi, l’Italia si aspetta di ottenere i territori promessi nel Trattato di Londra (1915). In cambio della sua entrata in guerra a fianco dell’Intesa, le sono stati garantiti il Trentino-Alto Adige, l’Istria e parte della Dalmazia. Ma Fiume non è inclusa.

A guerra finita, con la nascita della Jugoslavia, le potenze alleate riconsiderano i confini e alcune terre promesse all’Italia vengono assegnate al nuovo stato. Fiume diventa il nodo centrale della questione: la città ha un’identità italiana, ma ufficialmente non rientra tra i territori spettanti all’Italia.

Per molti italiani è un tradimento e la vittoria della guerra si trasforma in una “Vittoria Mutilata”, un’espressione coniata proprio da Gabriele D’Annunzio.

Manifesto "O Fiume o morte", da "Il Ghibli, giornale di trincea", 1 giugno 1919
Manifesto “O Fiume o morte”, da “Il Ghibli, giornale di trincea”, 1 giugno 1919

 I vespri fiumani

Tra la primavera e l’estate del 1919, le tensioni a Fiume aumentano. Da un lato c’erano gli attivisti irredentisti filo-italiani, sostenuti dai militari italiani, dall’altro i francesi, favorevoli all’annessione della città alla Jugoslavia. Nel tentativo di resistere a questa possibilità, nell’aprile del 1919 l’irredentista Giovanni Host-Venturi e il nazionalista Giovanni Giuriati organizzano una milizia volontaria filo-italiana, pronta a difendere Fiume con le armi.

La situazione precipita il 29 giugno 1919, quando un alterco tra militari francesi e manifestanti italiani degenera in violenti scontri di strada. I soldati italiani di stanza in città si schierano con gli irredentisti e attaccano i francesi. Gli scontri, passati alla storia come “Vespri fiumani”, si protraggono fino al 6 luglio 1919, causando la morte di nove militari francesi.

La reazione internazionale non si fa attendere: il Comando Interalleato ordina lo scioglimento del Consiglio Nazionale Fiumano e il ritiro dei reparti italiani coinvolti.

Il 25 agosto 1919 i Granatieri di Sardegna devono lasciare Fiume. Durante la partenza, la popolazione si riversa nelle strade per salutarli. Giovani, donne e bambini circondarono i soldati, agitando bandiere tricolori e rami d’alloro.

 La conquista

 Il giuramento di Ronchi

Dopo l’espulsione da Fiume, i Granatieri di Sardegna si accampano a Ronchi, vicino Trieste. Sette ufficiali del 1° battaglione, guidati dal tenente Riccardo Frassetto, decidono di organizzarsi per riportare la città sotto il controllo italiano. Firmano un patto, il “giuramento di Ronchi”, con un motto chiaro e inequivocabile: “O Fiume o Morte”.

Il giuramento di Ronchi è raccontato nel cap.4

I sette giurati di Ronchi, 30 agosto 1919
I sette giurati di Ronchi, 30 agosto 1919

L’obiettivo è uno solo: tornare a Fiume e annetterla all’Italia. Per riuscirci, cercano un leader carismatico capace di guidare l’impresa. Si rivolgono prima a Peppino Garibaldi, nipote dell’eroe dei due mondi, ma questi rifiuta. Poi tentano con Benito Mussolini, all’epoca ancora un agitatore politico in cerca di affermazione, ma ricevono un altro rifiuto.

A quel punto, inviano una lettera a Gabriele D’Annunzio, chiedendogli di sostenere la causa fiumana:

Sono i Granatieri di Sardegna che Vi parlano. È Fiume che per le loro bocche vi parla. {...} Noi abbiamo giurato sulla memoria di tutti i morti per l'unità d'Italia: Fiume o morte! e manterremo, perché i granatieri hanno una fede sola e una parola sola. L'Italia non è compiuta. In un ultimo sforzo la compiremo.
(Dalla lettera inviata a D’Annunzio da alcuni ufficiali dei Granatieri di Sardegna)

 Gabriele D’Annunzio

Nei giorni successivi il maggiore Carlo Reina e il tenente Frassetto si recano a Venezia per convincere D’Annunzio a guidare l’impresa.

Inizialmente D’Annunzio prende tempo, dicendo di essere in partenza per un viaggio in Asia. In realtà vuole farsi desiderare per capire quanto realmente lo vogliano alla guida dell’impresa. Ai primi di settembre, Frassetto torna a Venezia per insistere e D’Annunzio accetta. Sensibile ai simboli e alla scaramanzia, sceglie come data dell’azione l’11 settembre, in ricordo della sua audace Beffa di Buccari dell’11 febbraio 1918.

D'Annunzio a Fiume
D’Annunzio a Fiume

Il 10 settembre 1919 D’Annunzio si ammala, ma non cambia i suoi piani. Il giorno dopo, sebbene febbricitante, scrive due lettere, una alla sua compagna Luisa Baccara e un’altra a Benito Mussolini:

Mio caro compagno, il dado è tratto. Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d'Italia ci assista. Mi levo dal letto febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile... Sostenete la Causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio.
(D'Annunzio a Mussolini, 11 settembre 1919)

Poi il Comandante – come ormai veniva chiamato – lascia Venezia in motoscafo diretto a Mestre, dove lo aspetta la sua Fiat T4 rosso amaranto, un’auto tra le più lussuose dell’epoca. Ne avevano una solo il re, D’Annunzio e pochi altri.

Con lui ci sono Guido Keller e Riccardo Frassetto. Destinazione: Ronchi.

La Fiat T4 color amaranto di D'Annunzio
La Fiat T4 color amaranto di D’Annunzio

La vigilia

La sera dell’11 settembre a Fiume l’irredentista Giovanni Host-Venturi organizza un’insurrezione in attesa del suo arrivo. La città è in fermento, ma il Comandante tarda ad arrivare e la situazione rischia di sfuggire di mano.

Le donne fiumane giocano un ruolo decisivo: si mobilitano per sostenere la resistenza e preparano l’accoglienza per le truppe italiane.

  Questo episodio è raccontato nel cap.2

Nel frattempo, a Ronchi, Reina e Keller cercano di organizzare la marcia, ma mancano gli automezzi. Non si sa con certezza chi riesce a procurarli, ma all’alba venti autocarri sono pronti per trasportare granatieri e volontari verso Fiume.

  Questo episodio è raccontato nel capp. 1 e 3

La Santa Entrata

Il 12 settembre 1919, all’alba, D’Annunzio è pronto per partire.
Gabriele non è alto, i documenti sostengono un metro e 64 centimetri, forse è più basso, eppure nessuno ci fa caso. Quel giorno poi indossa un chepì che gli regala quasi un palmo. A tracolla della giubba grigio-verde di gabardine, con il bavero bianco dei Lancieri di Novara, porta una bandoliera marrone; stivali e pantaloni da cavallerizzo. Sui risvolti di entrambe le maniche ha i gradi di tenente colonnello, sormontati da due spade sotto una corona: raccontano tre promozioni per meriti di combattimento; su quella destra tre barrette ricamate in oro testimoniano altrettante ferite di guerra; sopra i gomiti, due ali stilizzate, uno scettro ricamato sempre in oro e una O argentata dicono che è stato osservatore dall’aeroplano; sul cappello sono ricamati in argento, oltre i gradi, un’elica e un motore da aereo; sul petto ha le mostrine della medaglia d’oro, delle tre d’argento, delle due di bronzo, delle tre croci al merito, degli ordini militari dei Savoia… Tutto ciò non basterebbe a impressionare un generale, impressiona che lui sia Gabriele d’Annunzio.
Da "Disobbedisco", di Giordano Bruno Guerri (Mondadori, 2019)"
D'Annunzio con tutte le decorazioni sulla divisa
D’Annunzio con tutte le decorazioni sulla divisa

  Anche Leo e Vanni rimangono ammirati dalla divisa di D’Annunzio nel cap.4

153 Granatieri di Sardegna partono da Ronchi a bordo degli autocarri. Portano i fucili nascosti sotto i cappotti e i baveri alzati per non far riconoscere le mostrine.

Lungo la strada, a Castelnuovo d’Istria, sono fermati da un posto di blocco composto da forze alleate e bersaglieri italiani. Inglesi e francesi si limitarono a osservare, mentre D’Annunzio arringa i bersaglieri, convincendoli a unirsi alla colonna.

Arrivati alle porte di Fiume, il generale Pietro Pittaluga tenta di fermare D’Annunzio per ordine del presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti. Gli intima di tornare indietro, ma D’Annunzio si batte la mano sul petto, all’altezza della medaglia al valore, e risponde: «Generale, faccia tirare qui, allora.»

Pittaluga, figlio e nipote di garibaldini, si rifiuta di far sparare sui suoi connazionali ma esorta D’Annunzio a obbedire “da buon soldato”. Il poeta replica: «No, io disobbedisco!»[

D'Annunzio entra a Fiume
D’Annunzio entra a Fiume

D’Annunzio non è Garibaldi: non riceverà pallottole italiane e non obbedirà. Si volta verso il primo autoblindo accanto alla sua Fiat T4 e lo sprona a partire. Il blindato si lancia in avanti. I carabinieri si gettano ai lati, per tentare di fermarlo. Un brigadiere strilla: «Indietro o faccio sparare!»

Il tenente alla guida del mezzo si sporge dal finestrino e risponde: «Me ne frego!»

È l’urlo della vittoria. I legionari lo fanno proprio, trasformandolo nel motto della loro ribellione contro il mondo.

Questo episodio è raccontato nel cap.5

Alle 11:45, la colonna fa il suo ingresso trionfale a Fiume, accolta da una folla in delirio. D’Annunzio si insedia nel Palazzo del Governatore e sul balcone viene stesa la bandiera di Randaccio, ovvero la bandiera con cui D’Annunzio stesso aveva avvolto il suo compagno d’armi, il maggiore Giovanni Randaccio, caduto in un assalto fallito al castello di Duino nel 1917.

Quella bandiera, insanguinata e distesa sul corpo dell’amico, era diventata per lui la più importante reliquia del culto della patria. Due anni dopo, la porta con sé a Fiume come segno di continuità tra il sacrificio della guerra e l’impresa irredentista.

La bandiera di Randaccio, con le macchie di sangue ancora visibili
La bandiera di Randaccio, con le macchie di sangue ancora visibili

Affacciandosi dal balcone, D’Annunzio proclama l’annessione della città all’Italia con un discorso infiammato:

Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione... Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d'Italia proclamando l'annessione di Fiume.
D'Annunzio parla dal balcone del Palazzo del Governatore a Fiume
D’Annunzio parla dal balcone del Palazzo del Governatore a Fiume

D’Annunzio ribattezza questa giornata “La Santa Entrata”, riprendendo un’antica tradizione veneziana che celebrava l’ingresso ufficiale dei governatori nella città di Zara nel 1409.

  La Santa Entrata è raccontata nel cap.6

I protagonisti

Guido Keller

Milanese, discendente di un’antica famiglia svizzera, Guido Keller è un uomo fuori dagli schemi: barone e vagabondo, patriota e cosmopolita, guerriero e artista. Pilota della squadriglia Baracca, durante la Prima Guerra Mondiale si distingue per acrobazie spettacolari e duelli con gli austriaci, ma anche per il coraggio in battaglia, testimoniato da tre medaglie d’argento.
Guido Keller
Guido Keller

Istrionico, vola con pigiami di seta e vesti orientali, portandosi in quota libri e servizi da tè. D’Annunzio ne è affascinato: Keller è l’unico che gli dà del tu, non si prostra come gli altri e sembra quasi indifferente alla sua fama. Diffida della “corte del Palazzo”, preferendo vivere all’Hotel Europa, in ville appartate o nei casolari dei contadini croati.

Vegetariano e nudista, Keller dorme spesso nei boschi, ama indistintamente uomini e donne, consuma molta cocaina. Nazionalista e libertario, sogna un mondo senza confini. Si batte per l’Italia ma non disprezza gli slavi, convinto che ogni popolo abbia diritto alla propria autodeterminazione.

Guido Keller come un dio greco
Guido Keller come un dio greco

In primavera, il pizzetto risorgimentale lascia il posto a una folta barba nera. La divisa scompare, sostituita da camicie e pantaloni larghi, in stile levantino, tanto che a Fiume lo chiamano “il principe indù”. Nudo sulla loggia dell’albergo, prende il sole con un’aquila reale sulla spalla, che lui ha addestrato e alla quale ha dato il suo stesso nome: Guido.

Guido Keller come un principe indu
Guido Keller come un principe indu

Gli uscocchi

Nel Cinquecento gli uscocchi erano pirati serbo-croati che per conto dell’Impero austro-ungarico assalivano incursioni sia contro le navi veneziane che contro quelle ottomane, mettendo in crisi le rotte commerciali della Serenissima. Ora, quattro secoli dopo, D’Annunzio reinventa gli Uscocchi come braccio armato delle operazioni clandestine necessarie alla sopravvivenza di Fiume. Scelti tra i legionari più abili e spietati, sono posti sotto il comando dell’Ufficio Colpi di Mano, diretto da Guido Keller. Operano in piccoli gruppi. Partono da Fiume, per terra e per mare, entrano in territorio italiano con documenti falsi e abiti borghesi, e saccheggiano tutto ciò che trovano. Spesso hanno compagni infiltrati a bordo dei grandi piroscafi che solcano l’Adriatico e li sequestrano, dirottandoli a Fiume.

Giovanni Host-Venturi

Alto, sportivo, con occhi di ghiaccio e un pizzetto da moschettiere, Giovanni Host-Venturi incarna perfettamente l’immagine del combattente irredentista. Nato a Fiume nel 1892 in una famiglia multilingue, durante la Prima Guerra Mondiale, è capitano degli Alpini e combatte con gli Arditi, distinguendosi per coraggio e determinazione.

Nel 1919 fonda la Legione Fiumana, una milizia armata aperta a tutti i cittadini disposti a combattere per mantenere Fiume italiana. Il generale Grazioli chiude un occhio, permettendo alla Legione di addestrarsi sulle colline per mesi, preparandosi a un possibile scontro.

Quando D’Annunzio organizza l’Impresa di Fiume, Host-Venturi e i suoi preparano la città per il suo ingresso trionfale.

Giovanni Host-Venturi
Giovanni Host-Venturi

Gli arditi

Gli Arditi nascono nel luglio 1917 come reparti d’assalto dell’esercito italiano. Si distinguono nelle battaglie del Piave e di Caporetto, conducendo attacchi rapidi e letali. Diversi dai soldati di fanteria, rifiutano la guerra di trincea: non aspettano la morte, la sfidano con assalti all’arma bianca, brandendo il gladio al posto della baionetta, più agile nei combattimenti corpo a corpo.
Arditi a Fiume
Arditi a Fiume

Indossano il fez nero, mostrine con fiamme nere e un gagliardetto con il teschio e il pugnale in bocca o su due ossa incrociate. Il loro grido di battaglia è un secco e marziale: “A noi!”.

Finita la guerra, gli Arditi si ritrovano senza un ruolo. Malvisti dalla società, considerati violenti e difficili da reintegrare, loro stessi non vogliono tornare alla normalità. Si sono abituati ai valori della guerra: eroismo, disprezzo del pericolo, solidarietà tra commilitoni oltre ogni differenza sociale, senso dell’onore e della gerarchia, indifferenza alla morte.

Arditi a Fiume
Arditi a Fiume

L’Impresa di Fiume offre agli Arditi una nuova guerra. Partono in massa, felici di tornare a imbracciare le armi. Il 12 settembre 1919 un gruppo di loro entra in città cantando Giovinezza, una vecchia canzone universitaria che più tardi diventerà l’inno del movimento fascista.

Finita l’Impresa, in cerca di nuove battaglie, molti arditi finiscono tra le braccia del fascismo, che li accoglie e ne assorbe l’estetica e la mentalità.

Alceste De Ambris

Nato nel 1874 in una famiglia benestante, fin da giovane Alceste De Ambris diventa un attivista delle cooperative operaie e firma articoli infuocati per il giornale socialista La Terra.

Le sue idee rivoluzionarie e antimilitariste lo costringono presto all’esilio: fugge in Francia, poi in Brasile, dove si batte per i diritti degli emigrati italiani contro lo sfruttamento dei fazendeiros. Quando torna in Italia, nel 1903, è ormai un’icona del movimento operaio.

Alceste De Ambris
Alceste De Ambris

Massiccio, con il pizzo, gli occhiali pince-nez e il cappello a larghe tese, De Ambris guida i sindacalisti di Savona, Livorno e Parma. Nel 1908 organizza il più grande sciopero agrario della storia italiana.

Nel 1912 è tra i fondatori dell’Unione Sindacale Italiana, un sindacato rivoluzionario che rifiuta compromessi con l’autorità e non esclude la violenza come metodo di lotta.

Pur essendo un neutralista, nel 1915 si arruola volontario nella Prima Guerra Mondiale, convinto che la guerra sia un dovere nazionale e rivoluzionario.

A Fiume, D’Annunzio rimane affascinato dalla sua energia lucida e pragmatica. I due passano intere notti a discutere, tra sigari, caffè e appunti. De Ambris vede in Fiume non solo un’avventura patriottica, ma un esperimento sociale, un modello rivoluzionario da portare in Italia.

Nasce così l’idea della Carta del Carnaro, la costituzione che renderà Fiume una città-stato basata sul sindacalismo rivoluzionario, un esempio per il futuro.

Le protagoniste

Margherita Besozzi

Contessa milanese, Margherita Besozzi di Castelbarco arriva a Fiume con il marito Piero, un facoltoso sostenitore dell’Impresa e amico di molti ufficiali del Comando. Ma non è una donna che si accontenta di stare nell’ombra. Spigliata, seducente e anticonformista, scrive testi d’avanguardia e diventa una delle attiviste più instancabili.
Margherita Besozzi di Castelbarco
Margherita Besozzi di Castelbarco

Ha una sessualità libera, non fa mistero delle sue relazioni e, nei primi mesi del 1920, firma una rubrica su La Testa di Ferro, il giornale legionario, con lo pseudonimo Fiammetta.

Il soprannome gliel’ha dato D’Annunzio, affascinato dalla sua audacia e dal suo spirito ribelle. Tra i due nasce una relazione intensa e irregolare. Lui la chiama Fiammadoro, lei lo chiama Mago.

Non è una delle solite amanti del Comandante: Margherita lo sfida, lo provoca, gli tiene testa. D’Annunzio è attratto dalla sua energia e dalla sua sfrontatezza, e nei loro incontri accetta persino di subire il suo carattere dominante.

Il loro rapporto, fatto di passione e scontri, continuerà tra alti e bassi fino al 1937.

  A Margherita Besozzi è ispirato il personaggio di Fiamma

Margherita Incisa di Camerana

Margherita Incisa di Camerana è una pioniera: è la prima donna ufficiale in un esercito moderno. Figlia di un marchese e di una baronessa, avrebbe potuto condurre una vita tra i salotti dell’aristocrazia piemontese, ma sceglie un’altra strada. Nel 1909 si diploma come infermiera volontaria della Croce Rossa e allo scoppio della Prima Guerra Mondiale parte per il fronte, servendo negli ospedali da campo, in mezzo ai feriti e alle atrocità della guerra. Il 4 ottobre 1919 arriva a Fiume e si unisce alla compagnia d’élite “La Disperata”, dove presta servizio come infermiera e guardarobiera. Non è una presenza simbolica: partecipa alle marce e alle esercitazioni, è la madrina della Compagnia e veste da ardita, con tanto di pugnale al fianco.
Margherita Incisa di Camerana tra i legionari
Margherita Incisa di Camerana tra i legionari

Durante questo periodo, conosce il conte Elia Rossi Passavanti, giovane tenente e già eroe di guerra, decorato con la medaglia d’oro. I due si innamorano e si sposano il 20 luglio 1920.

Lei ha diciassette anni più di lui: un vero e proprio scandalo per l’epoca. Ma anche in questo Margherita Incisa è una pioniera.

Margherita Incisa di Camerana con D'Annunzio ed Elia Rossi Passavanti, suo futuro marito
Margherita Incisa di Camerana con D’Annunzio ed Elia Rossi Passavanti, suo futuro marito

 Le donne di Fiume

Oltre alle donne venute da fuori, anche le donne di Fiume giocano un ruolo fondamentale nell’Impresa. Campionesse d’irredentismo, sono attive nel Circolo della Giovane Fiume, nell’Associazione Legionarie di Fiume, negli uffici del Comando, come crocerossine e vivandiere. Si occupano di propaganda, assistenza alla popolazione e sostegno ai legionari.

Molte, dopo la fine dell’Impresa, si uniranno all’associazione “Le custodi dei morti”, dedicandosi alla cura delle tombe di chi è caduto per la causa fiumana. Tra di loro ci sono nobildonne, popolane e perfino ragazzine, tutte accomunate dallo stesso fervore patriottico.

La Città Olocausta

 L’embargo

Quando D’Annunzio conquista Fiume, il governo italiano rimane spiazzato. Il presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti teme che le potenze alleate, riunite a Parigi, sospettino un accordo segreto tra l’Italia e il poeta-soldato. Per dimostrare che Roma non appoggia l’Impresa, impone un blocco economico totale su Fiume.

Nulla deve entrare o uscire dalla città: né viveri, né giornali, né notizie. L’obiettivo è mettere D’Annunzio contro la popolazione, isolandolo fino a costringerlo alla resa.

Francesco Saverio Nitti
Francesco Saverio Nitti

I legionari cercano di resistere assaltando i depositi degli alleati, requisendo armi, munizioni e scorte alimentari. Ma le provviste non durano a lungo.

L’emergenza alimentare si fa sempre più grave, così come la carenza di medicinali.

Il governo concede alla Croce Rossa il permesso di inviare aiuti esclusivamente alla popolazione civile. I convogli trasportano latte in polvere, farina e olio, inviati in treno. Via mare invece arrivano carichi di frutta e verdura, mentre carne congelata e insaccati giungono con meno regolarità. Gli aiuti sanitari sono ancora più difficili da reperire.

Bambini fiumani
Bambini fiumani

I legionari, però, non hanno accesso a questi rifornimenti. I 20.000 soldati presenti in città devono arrangiarsi.

Fiume è in ginocchio, ma sceglie di resistere e per questo D’Annunzio la definisce “Città Olocausta”.

 Il razionamento

Agli inizi del 1920, il governo italiano reagisce alle incursioni degli uscocchi stringendo ulteriormente il blocco su Fiume. La Croce Rossa è costretta a sospendere gli approvvigionamenti gratuiti per la popolazione civile. Le Ferrovie e la Regia Marina bloccano i rifornimenti di carbone: piroscafi carichi di tonnellate di carbone rimangono fermi nei porti di Ancona e Trieste.

Bambini fiumani in partenza per l’Italia, dove saranno accolti per superare i disagi dell'embargo. Fiume, febbraio 1920
Bambini fiumani in partenza per l’Italia, dove saranno accolti per superare i disagi dell’embargo. Fiume, febbraio 1920

A marzo 1920, con le scorte alimentari ormai esaurite e senza possibilità di ricevere aiuti via mare o via terra, il Comune di Fiume introduce il razionamento. Ogni cittadino riceve 300gr di pane al giorno, e al mese 500gr di farina di polenta, 300gr di farina, 300gr zucchero, 500gr fagioli, 500gr pasta, 250gr riso, 250gr strutto, 1kg di patate.

Sono sospese le distribuzioni di caffè, lardo, uova, latte condensato, sapone e candele. La carenza di olio combustibile costringe la città a razionare l’elettricità.

  Le difficoltà dell’embargo e del conseguente razionamento sono racontate nel cap.20

 Le trattative sindacali

Ad aprile 1920, gli operai delle poche fabbriche ancora attive scendono in sciopero. D’Annunzio dà ragione ai lavoratori e propone un salario minimo di 13 lire al giorno. Il gesto ferma la protesta, ma nessuna azienda applica il provvedimento e tutto rimane immutato.

L’8 aprile 1920, nel Palazzo del Governatore, si tiene la trattativa tra operai e imprenditori. D’Annunzio presiede l’incontro, affiancato da De Ambris. Per il Vate è un’esperienza insolita, ma non gli dispiace: in un’Europa lacerata tra conservatori e bolscevichi, sente di poter gettare la prima pietra di un vero esperimento rivoluzionario.

  La trattativa sindacale è messa in scena nel romanzo nel cap.21

Alceste De Ambris durante un comizio
Alceste De Ambris durante un comizio

La discussione è accesa. Gli industriali, forti di argomentazioni giuridiche e amministrative, cercano di confondere gli operai. D’Annunzio, però, coglie il gioco, interviene e prende le loro difese con un’eloquenza che nessuno può contrastare.

Terminato l’incontro, corre nel suo studio e mette per iscritto l’esperienza in un proclama pubblicato il 13 aprile: Questo basta e non basta, rivolto agli operai.

C’erano da una parte i datori di lavoro e dall’altra parte i lavoratori. Mi venne fatto di guardare le mani degli uni e degli altri: mani che si disponevano a serrare e mani che si disponevano a strappare. Un uomo grasso diceva: “Questo basta”. Un uomo magro diceva: “Questo non basta”. {…} E penavo per loro, e lottavo per loro. Sapevo come nel pudore e nell’angoscia tremasse il loro mento smagrito e come vacillassero le loro povere mani nel ricevere. Disputavo per loro il tozzo e il centesimo, come il padre, come il marito, come il fratello, come il figliuolo, come tutti quegli uomini amari che erano seduti su quelle poltrone molli e avevano dietro di sé il focolare, il desco, la culla. Questo costa tanto, e quest’altro costa tanto. Questo conviene, e questo non conviene. Questo basta e questo non basta. Trattavamo dunque del ventre? No, trattavamo anche dell’anima.
Gabriele D'Annunzio, "Questo basta, questo non basta"

Italiani contro italiani

A Fiume, oltre ai legionari, rimane un contingente di carabinieri del Corpo Interalleato, fedeli al loro comandante, il capitano Rocco Vadalà. Con diciotto decorazioni al valore, Vadalà è uno dei carabinieri più insigniti d’Italia. Siciliano, affascinante, è anche l’idolo delle ragazze della città, che lo chiamano maliziosamente “venga-qua”. Il suo compito è mantenere l’ordine, controllare gli arrivi e soffocare eventuali ribellioni.

Rocco Vadalà
Rocco Vadalà

La tensione tra carabinieri e legionari è palpabile. I primi promuovono manifestazioni monarchiche, viste con sospetto dai fiumani e dai legionari.

Il 4 maggio 1920, la situazione precipita. Un negoziante denuncia di aver subito una perquisizione illegale da parte dei legionari. D’Annunzio stesso ne aveva dato ordine, convinto che nel magazzino fossero nascosti volantini di un Comitato Autonomista. Gli Arditi sfondano la saracinesca ma, invece di propaganda politica, trovano scaffali pieni di liquori, formaggi e abiti di seta, che vengono requisiti.

Infuriato, Vadalà fa arrestare i legionari coinvolti e scrive a D’Annunzio una lettera durissima, annunciando che non intende restare oltre a Fiume.

La mattina del 6 maggio la colonna dei carabinieri si mette in marcia. A loro si uniscono due compagnie di fanti, per un totale di 705 uomini. Ma i legionari non intendono lasciar libero il passaggio. Le donne di Fiume, schierate accanto agli arditi, lanciano insulti e provocazioni. Si estraggono le pistole, si imbracciano i fucili, esplodono due petardi e scoppia la sparatoria.

Spara anche Vadalà. Lo scontro dura solo pochi minuti, ma bastano per lasciare sul terreno due carabinieri morti e quattro arditi feriti.

Per la prima volta, a Fiume, è accaduto l’impensabile: italiani combattono contro italiani.

  Lo scontro con i carabinieri di Vadalà è inserito nel cap.22

La Città di Vita

Durante l’Impresa, Fiume diventa un laboratorio vivente di utopie. Il Vate la chiama “Città di Vita”, immaginandola come un simbolo di libertà, creatività e rivoluzione. L’atmosfera è elettrizzante: curiosi e avventurieri arrivano da tutta Italia, la stampa internazionale segue con interesse gli eventi, e nei caffè si discute su come cambiare il mondo.

Le serate sono un vortice di musica, balli e brindisi che si prolungano fino all’alba, sia nei caffè che nelle case private. La città è accogliente e tollerante, eredità del lungo dominio ungherese, e chi vi giunge rimane colpito dal suo spirito festoso e ribelle.

 L’Ornitorinco e il Sangue Morlacco

Nei vicoli della Città Vecchia di Fiume c’è una modesta taverna chiamata Il Cervo d’Oro. È un posto anonimo, con tavoli unti, pareti annerite e brutti quadri, ma ha un pregio: serve un eccellente risotto agli scampi.

Gli arditi di Keller decidono di farne il loro covo, un luogo libero dalla disciplina militare e dalle rigide gerarchie del Palazzo. Riservano una saletta al primo piano e la decorano con tappezzeria rossa, candele e rami d’alloro. Il tocco finale è un ornitorinco impagliato, rubato probabilmente da un museo di storia naturale. Keller lo sceglie come simbolo del Comandante: «Ha una corazza eburnea spoglia di peli come la tua testa», gli dice ridendo.

D’Annunzio, divertito, ribattezza il locale La Taverna dell’Ornitorinco e lo frequenta spesso, per sfuggire all’atmosfera soffocante del Comando, tra invidie e pettegolezzi.

Attorno all’Ornitorinco nascono presto leggende, alimentate dalla stampa avversaria. Si parla di una cantina rivestita di pellicce d’orso bianco, di riti massonici, di orge bisessuali tra fumi d’incenso e cocaina. D’Annunzio, anziché smentire, si diverte.

Un giornale inglese lo descrive come un “tiranno barbaro, che succhia il sangue dei poveri Morlacchi”. Il Vate, che non beve sangue ma cherry brandy di marasche della cantina Luxardo, decide di ribattezzarlo “Sangue Morlacco”.

L’idea piace alla Luxardo, che adotta ufficialmente il nome. Ancora oggi, sull’etichetta del liquore, campeggia la firma di D’Annunzio.

Etichetta del Sangue Morlacco della ditta Luxardo con la dedica di D'Annunzio
Etichetta del Sangue Morlacco della ditta Luxardo con la dedica di D’Annunzio

La gallina austriaca

Dal 1659, sulla Torre Civica di Fiume svetta un’imponente aquila bicipite, simbolo dell’Impero Asburgico. Alta 2,2 metri, con un’apertura alare di 3 metri e un peso di 2 tonnellate, porta inciso sul petto il motto Indeficienter (senza sosta, inesauribile), un chiaro riferimento al fiume che attraversa la città. Le due teste rappresentano le due anime dell’Impero: Vienna e Budapest.

L'aquila bicefala senza una testa sulla torre di Fiume
L’aquila bicefala senza una testa sulla torre di Fiume

Per gli irredentisti italiani, però, non è altro che “la gallina austriaca”, un simbolo ingombrante del dominio straniero. Durante l’Impresa di Fiume, i legionari di D’Annunzio decidono di umiliarla: rimuovono una testa, trasformandola in un’aquila monocipite, chiaro riferimento all’Italia. Un gesto provocatorio, che segna simbolicamente il passaggio dal passato asburgico al sogno dannunziano di un’Italia fiumana.

   Lo sfregio alla “gallina austriaca” è raccontato nel cap.11

Due legionari con in mano la testa decapitata della "gallina austriaca"
Due legionari con in mano la testa decapitata della “gallina austriaca”

 Lo sport e il calcio

Per D’Annunzio, il culto del corpo è essenziale: i suoi uomini devono essere forti, agili e resistenti. Lo sport diventa così un elemento centrale della vita legionaria. Da febbraio 1920, il Comando organizza un fitto programma atletico, allestendo palestre nelle caserme e incentivando la competizione tra i reparti.

Nello stadio di Cantrida e nei cortili militari si svolgono gare di velocità, marcia, resistenza, salto, boxe e tiro alla fune. Non mancano prove più goliardiche, come l’albero della cuccagna e la corsa nei sacchi. Negli stabilimenti balneari, invece, si disputano gare di nuoto.

D'Annunzio a Fiume durante un allenamento sportivo degli arditi
D’Annunzio a Fiume durante un allenamento sportivo degli arditi

Ma lo sport per eccellenza a Fiume è il calcio. Nasce un vero e proprio campionato militare fiumano, con squadre formate dai vari reparti della Legione Fiumana. Il 1° battaglione riesce persino a creare una squadra per ogni compagnia.

Le partite si giocano nello stadio di Cantrida, trascinando con sé la passione dei cittadini, al pari dei derby tra le squadre locali: Esperia, Olympia, Gloria, Libertas, Juventus-Enea. L’entusiasmo, però, non sempre resta sugli spalti: tra legionari e volontari fiumani non mancano zuffe e scontri violenti, segno di quanto il calcio fosse vissuto con lo stesso ardore della battaglia.

Il 7 febbraio 1920, allo stadio di Cantrida, si gioca una partita amichevole tra cittadini fiumani e militari italiani. Nessuno immagina che quel pomeriggio entrerà nella storia del calcio italiano.

Lo stadio è gremito: l’incasso supera le 25.000 corone, sugli spalti siedono le autorità, i vertici del Comando e, alle 15:30, arriva anche D’Annunzio.

I fiumani indossano la divisa dell’Esperia, nero con una stella verde. I militari, invece, scendono in campo con la classica maglia azzurra e calzoni bianchi della Nazionale italiana. Ma c’è una novità: sul petto, al posto dello scudo crociato dei Savoia, compare per la prima volta uno scudetto tricolore, rosso, bianco e verde.

Squadra degli arditi con lo scudetto tricolore sulla maglia
Squadra degli arditi con lo scudetto tricolore sulla maglia

Quel giorno, la squadra con il tricolore perde per 1-0, battuta dai fiumani grazie a un gol di Teodorico Goacci. D’Annunzio, più interessato alla tecnica che al risultato, rimane colpito dalla qualità del gioco fiumano e dal numero di passaggi di testa. Durante l’intervallo, stringe la mano al capitano e commenta: «Voi siete veramente delle teste di ferro!»

Poi, senza attendere il secondo tempo, lascia lo stadio.

Il 9 maggio 1920, nella rivincita, Fiume si conferma vincente con un 2-1 sui militari. Ma il segno lasciato da quella partita va ben oltre il risultato: a Fiume, tra sport e rivoluzione, è nata è la moderna divisa della Nazionale Italiana.

  La partita contro i fiumani è raccontata nei capp. 19 e 20

Libertà e trasgressione

Fiume diventa il luogo mitico della trasgressione. Dopo il trauma della Grande Guerra, l’Italia non ha solo liberato le terre irredente, ma si è anche liberata dai vecchi costumi borghesi dell’Ottocento. E a Fiume questa libertà è a disposizione di tutti. Ogni giorno a Fiume è una festa, con cortei, fiaccolate, danze, fanfare, fuochi d’artificio e discorsi infiammati.
Banchetto di legionari a Fiume
Banchetto di legionari a Fiume

La prima e più evidente forma di trasgressione è quella estetica. A Fiume tutti sono in divisa, ma nessuna è uguale all’altra. Alcuni legionari si rasano a zero, altri portano barbe lunghissime, altri ancora sfoggiano ciuffi ribelli e fez militari. Le divise vengono modificate, con giacche tagliate per lasciare scoperto il petto d’estate.

Dopo il saccheggio dei magazzini francesi e inglesi, le divise si mescolano liberamente: alamari sulle maniche, galloni arabescati, nastrini per battaglie mai combattute. Vanno di moda i profumi intensi, i guanti bianchi, i cappelli da alpino. Il pugnale alla cintura, anche per le donne.

Donna di Fiume con il pugnale alla cintura
Donna di Fiume con il pugnale alla cintura

A Fiume, grazie all’eredità della legislazione ungherese precedente, il divorzio è legale e ora arrivano in tanti dall’Italia per separarsi legalmente: tra i più noti, la duchessa d’Aosta, il cui gesto suscita scandalo a corte, Vilfredo Pareto e Guglielmo Marconi, il quale, in segno di ringraziamento, dona alla città una potente stazione radio.

Guglielmo Marconi a Fiume
Guglielmo Marconi a Fiume

Anche i futuristi accorrono a Fiume, ma emergono subito divergenze politiche. Marinetti e i suoi vogliono annettere l’Italia a Fiume, mentre per il Vate deve essere l’esatto contrario. Lo scontro è anche personale: D’Annunzio e Marinetti sono due primedonne e non possono condividere lo stesso palcoscenico. Così alla fine D’Annunzio caccia Marinetti definendolo “un cretino fosforescente”.

Filippo Tommaso Marinetti a Fiume. Alla sua sinistra Guido Keller
Filippo Tommaso Marinetti a Fiume. Alla sua sinistra Guido Keller

  Il passaggio a Fiume di personaggi famosi come Marconi e Marinetti è citato nel cap.10

A Fiume, la libertà e la trasgressione si estendono anche alla sfera sessuale. Vige l’amore libero e il rifiuto del modello della famiglia borghese. L’omosessualità non è più nascosta, ma esibita e accettata. Guido Keller è apertamente bisessuale.

Ma il libertinismo ha conseguenze: dilagano le malattie veneree tanto che l’ospedale cittadino apre un reparto apposito. Persino D’Annunzio interviene, con un richiamo ai suoi legionari:

Fate come me, che da quando sono a Fiume vivo in una castità francescana.

Naturalmente non è vero, ma dimostra che persino il Comandante capisce che la situazione sta sfuggendo di mano.

 Il gruppo Yoga

A Fiume Guido Keller fonda il gruppo Yoga, un gruppo di giovani intellettuali radicali si autodefiniscono “unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione”.

Rifiutano la borghesia, le istituzioni, la cultura accademica. Credono in una società fondata su spiriti liberi, ispirata più alla cultura orientale che ai modelli occidentali. Predicano il rifiuto della proprietà privata, l’abolizione delle carceri e del denaro. Disprezzano la vecchia generazione e teorizzano un razzismo generazionale: solo i giovani possono creare un mondo nuovo.

Una posa provocatoria di Guido Keller
Una posa provocatoria di Guido Keller

Le loro riunioni si tengono sotto un fico, davanti alla loro sede, e coinvolgono spesso i passanti in interminabili discussioni. Credono nella potenza creativa dell’arte, scrivono slogan sui muri, improvvisano spettacoli per le vie, cantano, danzano, pubblicano manifesti e giornaletti dadaisti con un linguaggio volutamente oscuro e iniziatico.

Non credono nel predominio dell’Occidente, nelle sue gerarchie di denaro e di razza. Cercano nell’Oriente un modello di purezza, un’aristocrazia dello spirito, un legame più antico e profondo con la terra e con il tempo. Credono nella guerra, sì, ma non come atto di conquista, bensì come rito di iniziazione, come scelta radicale di libertà.

Nel caos creativo di Fiume, il gruppo Yoga è forse l’esperimento più rivoluzionario: un’avanguardia di giovani artisti-guerrieri, in bilico tra utopia e follia.

  Al gruppo Yoga si fa riferimento nel cap.18

 L’anno mirabile

A Fiume, D’Annunzio vive nel Palazzo del Governatore, un edificio imponente che unisce il rigore austro-ungarico alla fluidità dell’Art Nouveau. L’ingresso monumentale, con il suo doppio scalone di marmo, conduce a un atrio illuminato da un’ampia vetrata, dove tappeti, mobili massicci e ritratti secolari degli antichi governatori ungheresi osservano dall’alto. Mantelli di pelliccia, petti coperti di decorazioni, baffi a manubrio: un’eredità del passato che ora assiste, muta, alla rivoluzione del Comandante.

L'atrio del Palazzo del Governatore a Fiume
L’atrio del Palazzo del Governatore a Fiume

Per tenere alto il morale, D’Annunzio non si limita a guidare i legionari: coinvolge la popolazione, che lo adora e lo spinge a tenere comizi quotidiani. Ma non basta parlare, bisogna creare uno spirito di corpo.

Ogni mattina si mette in marcia con i suoi uomini. Alle sei in punto, un reggimento ogni volta diverso si raduna in Piazza Roma. Tre squilli di tromba e il Comandante appare: divisa da ardito, speroni agli stivali, andatura agile. I giovani legionari lo guardano con ammirazione: “Ha vent’anni come noi”, dicono.

Con passo di marcia e canti di guerra, attraversano i boschi, salgono sulle colline fino a una radura affacciata sul mare. Qui, seduti attorno a lui, i ragazzi ascoltano. D’Annunzio li educa a una vita d’azione, all’eroismo come missione quotidiana. Nel pomeriggio, si torna in città con rami di pesco infilati nelle giubbe o nei fucili, simbolo di una primavera che è insieme stagione e rivoluzione.

D'Annunzio mangia insieme ai legionari
D’Annunzio mangia insieme ai legionari

D’Annunzio proclama di vivere in una “castità francescana”, ma nessuno ci crede. Luisa Baccara è sempre al suo fianco: pianista, affettuosa, fedele. Ma non è l’unica.

Sul suo taccuino, D’Annunzio annota gli incontri con le amanti: tre, quattro al giorno, senza mai segnare i nomi. Ci sono le ex, richiamate dall’eccezionalità della situazione, e le nuove, affascinate dall’uomo che si è fatto mito.

D'Annunzio fa una pausa durante una camminata con i legionari
D’Annunzio fa una pausa durante una camminata con i legionari

Il 31 dicembre 1920, con l’esperienza fiumana ormai agli sgoccioli, scrive nel suo diario:

Fra poco il nuovo anno incomincia. È già nostro. Già ci appartiene. Sarà il nostro anno mirabile.
(Dal Diario di D’Annunzio, 31 dicembre 1920)

Forse non immagina che il suo anno mirabile è già alle spalle.

  La frase di D’Annunzio è citata due volte: la prima nel cap.17, quando Vanni brinda al nuovo anno; la seconda nel cap.45, quando D’Annunzio tiene il discorso di commiato nel cimitero di Cosala

 Il linguaggio e le idee

 La parola come arma

Fiume è il luogo dell’audacia, e D’Annunzio ne fa un motto: Memento Audere Semper (Ricorda di osare sempre). Un’esortazione alla sfida, al coraggio, all’azione.

La frase nasce come un gioco di parole sull’acronimo MAS, i Motoscafi Armati Siluranti, da lui usati nella Beffa di Buccari. Ma diventa molto di più: è il manifesto di uno stile di vita. 

  Questa espressione è citata nel cap.2, quando Fiamma incita i fiumani ad aspettare l’arrivo di D’Annunzio

A Fiume la parola non è solo propaganda, ma uno strumento di guerriglia culturale. Proclami, volantini, riviste: tutto è pensato per ispirare, scuotere, trascinare. La città non è solo un esperimento politico e militare, ma anche una rivoluzione della comunicazione. Qui nasce un modo nuovo di parlare alla folla, mescolando poesia, ironia, esaltazione e provocazione.

I proclami ufficiali di D’Annunzio hanno un tono solenne, enfatico, carico di simboli e immagini epiche. La sua penna non scrive ordini, ma liturgie della rivoluzione. Ogni proclama è un manifesto di appartenenza, un’esortazione alla lotta, una celebrazione della giovinezza e dell’eroismo.

Slogan sui muri di Fiume
Slogan sui muri di Fiume

Accanto ai proclami, circolano volantini e giornali che parlano una lingua più diretta e provocatoria. Sono strumenti di propaganda, certo, ma anche di satira feroce.

La rivista Yoga, fondata da Guido Keller nel novembre 1920, è l’emblema dell’estremismo fiumano: un mix di filosofia orientale, ribellione e utopia sociale. Sulla testata mostra una rosa e una svastica (simbolo del moto solare, non ancora associato al nazismo), mentre nei testi riflette il disprezzo per la cultura borghese e industriale, proponendo un’arte della libertà.

Nei primi giorni del gennaio 1920, due aviatori legionari sorvolano Trieste e lanciano centinaia di volantini. Il messaggio è chiaro: Fiume è un’idea che va oltre i suoi confini.

Lo spirito di Fiume trascende le sue mura, va di là dal suo porto, va di là dalla sua cerchia carsica. Il legame di Fiume si riconosce oggi in tutte le ribellioni contro l’ingiustizia, in tutte le sollevazioni contro la libertà, dall’Irlanda all’Egitto, dalle Russie al nuovo impero arabo, dal Belgio alle Indie, dai Balcani al Sudan, dalle colonie di Traiano alle tribù degli Afrivi. La nostra prossima primavera si annunzia come un vastissimo tumulto di lotta e di fervore, dove udremo battere i più lontani cuori fraterni. Ora comincia il bello.

Non è solo propaganda, è una chiamata alle armi globale. Fiume si pone come modello di ribellione universale, un simbolo per chiunque lotti contro i vecchi poteri.

  Questo episodio è inserito nel cap.17

 La Reggenza

Nel settembre 1920 D’Annunzio proclama la Reggenza Italiana del Carnaro.

Dal punto di vista politico e linguistico è un escamotage perfetto. L’idea di istituire una repubblica a Fiume ha molti sostenitori, ma renderebbe impossibile l’annessione all’Italia, che invece è una monarchia.

Così nasce la Reggenza: uno Stato con un governo e istituzioni proprie, ma provvisorio, in attesa di una decisione definitiva sul destino di Fiume. Molti temono che questa dichiarazione significhi l’abbandono del progetto di annessione all’Italia, ma D’Annunzio rassicura: è solo una fase di transizione, una soluzione che gli permette di non schierarsi apertamente né con i repubblicani né con i monarchici, tenendo in equilibrio le diverse anime della sua impresa.

Frontespizio dello statuto della Reggenza del Carnaro
Frontespizio dello statuto della Reggenza del Carnaro

Ma per D’Annunzio la scelta delle parole non è mai casuale. “Reggènza Ìtaliàna del Carnàro” è un titolo che suona bene, ma è anche un endecasillabo perfetto, e per lui “il ritmo ha sempre ragione”.

A sigillo della sua creazione, il Comandante sceglie un motto solenne e mistico: Quis contra nos?.

Lo prende dalla Lettera ai Romani di San Paolo: Si Deus pro nobis, quis contra nos?

Ma con una variazione significativa D’Annunzio sostituisce “Deus” con “Spiritus”.

Si Spiritus pro nobis, quis contra nos?

Se per noi è lo Spirito, chi varrà contro di noi?

Non è più Dio a guidare i legionari, ma un’idea astratta e potente: lo spirito di Fiume, la forza della volontà, il culto della giovinezza e dell’azione.

  La proclamazione della Reggenza è inserita nel cap.32

La Carta del Carnaro

Il 12 settembre 1920, anniversario della Santa Entrata, D’Annunzio raduna il popolo di Fiume e presenta la Carta del Carnaro, il nuovo statuto della Reggenza.

Il testo è stato scritto da Alceste De Ambris, poi rielaborato da lui stesso per curarne ed enfatizzarne lo stile. La Carta è per D’Annunzio “una voce di libertà per tutti, una forma di bellezza sopra il mondo decrepito”.

La Carta del Carnaro è un unicum per l’epoca perché propone uno Stato parlamentare fortemente decentralizzato, ispirato all’autonomia della Serenissima e al modello cantonale svizzero, ma con un’idea chiara: il lavoro come fondamento della società.

Il cuore dello Stato sono le corporazioni, vere cellule di autogoverno, che garantiscono ai lavoratori un ruolo attivo nella politica. Solo chi produce può governare.

Per la prima volta, una costituzione riconosce allo Stato finalità sociali e dà un ruolo centrale ai cittadini. La Carta del Carnaro stabilisce:

  • la parità giuridica tra i sessi
  • il diritto di voto per tutti gli uomini e le donne sopra i 20 anni
  • la libertà di stampa, parola, associazione, religione
  • nessuna discriminazione per sesso, razza, lingua, classe o religione
  • i cittadini possono proporre leggi, indire referendum e revocare i propri rappresentanti
  • il diritto al salario minimo, all’istruzione, all’assistenza sanitaria e alla pensione
  • l’istituzione di un esercito popolare: tutti i cittadini tra 17 e 55 anni sono mobilitabili. Gli uomini nelle forze armate, le donne nei servizi sanitari e amministrativi.

Nel testo, D’Annunzio inserisce un articolo insolito, il XIV, in cui elenca tre principi morali universali:

La vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l’uomo rifatto intero dalla libertà. L’uomo intero è colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono. Il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo.

Più che una semplice costituzione, la Carta del Carnaro è un manifesto politico e filosofico, un tentativo di creare uno Stato nuovo, giovane, ribelle e giusto.

  I contenuti e la modernità della Carta del Carnaro emergono nei capp. 32 e 33

 Il femminismo a Fiume

Le donne di Fiume sono indipendenti e fiere ben prima dell’arrivo di D’Annunzio. Fumano in pubblico, frequentano bar e caffè, lavorano, ricoprono incarichi pubblici. La famiglia ha una struttura matriarcale ed esiste il divorzio.

D’Annunzio ne riconosce subito il ruolo fondamentale e il 24 dicembre 1919 dedica loro un manifesto intitolato Alle donne fiumane. È un elogio alla loro forza, alla dedizione e al coraggio:

Il nome di tutte le donne fiumane è Ardenza; il nome di tutte le donne fiumane è Pazienza; il nome di tutte le donne fiumane è Resistenza.

Molte donne partecipano attivamente all’Impresa, attirate dall’entusiasmo rivoluzionario e dal carisma del Comandante. C’è chi combatte, chi scrive, chi guida la propaganda, chi lavora nei comitati di assistenza. Alcune sono mosse da profonda convinzione patriottica, altre dalla voglia di rompere con i vecchi schemi imposti dalla società borghese.

Mentre in quasi tutta Europa le donne non hanno ancora diritto di voto, la Carta del Carnaro sancisce l’uguaglianza politica tra i sessi: le donne possono votare ed essere elette.

Ma la loro influenza va oltre la politica. Lo spirito libero di Fiume permette di abbattere le convenzioni: i costumi si fanno più audaci, le donne vestono come gli uomini, portano pugnali alla cintura, sfidano le critiche e i giudizi moralisti.

A Fiume, il femminismo non è una teoria astratta, ma una realtà vissuta. Qui le donne sono protagoniste, dentro e fuori la politica, e danno vita a un modello di emancipazione che anticipa i tempi.

Margherita Besozzi incarna perfettamente questa rivolta femminile contro le convenzioni. Pubblica articoli infuocati sui giornali legionari, firmandosi Fiammetta, il soprannome datole da D’Annunzio.

Su La Voce del Popolo del 17 settembre 1920 rivendica apertamente il diritto alla libertà personale e sessuale, provocando la società benpensante:

Sono giovane. Fumo molte sigarette. Me ne frego della crociata contro il lusso e porto sottovesti di seta e calze di filo. Che pago da me… Amo tutto ciò che è bello. Amo quindi prima di tutto l’amore. Poi me stessa.

La sua scrittura è feroce e ironica. Su La Testa di Ferro del 26 settembre 1920, rispondendo alle critiche delle nobildonne scandalizzate dai suoi articoli, dichiara:

L’insulto atroce! La condanna inappellabile! Io dovrei nascondermi. E io invece me ne autoblindo. Alla fiumana! {…} Io continuo a pensare con la mia testolina bizzarra. E voglio la mia libertà

E ancora, nel primo numero della rivista Yoga, il 13 novembre 1920, scrive un vero e proprio manifesto femminista:

Donne, è l’ora del vostro risveglio! Non abbiate paura dell’ipocrisia mascherata da morale. Non temete la verità. Non temete le parole. Siate sinceramente le nuove compagne d’amore. Siate coraggiosamente le seminatrici di passione. La donna di Fiume non è altro che LA MADRE della donna moderna. Libertà. Spregiudicatezza. Coraggio. Amore. Vita.

  Le parole di Margherita Besozzi sono dette da Fiamma nel cap.10

La disfatta

 Il Trattato di Rapallo

Nel novembre del 1920, il governo italiano guidato da Giovanni Giolitti ha il via libera dagli alleati per negoziare direttamente con Belgrado. L’obiettivo è risolvere definitivamente la questione adriatica e stabilire i nuovi confini tra Italia e Regno di Jugoslavia. Il 12 novembre, con la firma del Trattato di Rapallo, tutto diventa ufficiale.
Giovanni Giolitti (seduto) firma alla presenza del primo ministro jugoslavo Vesnic (al centro, in piedi) il trattato di Rapallo, 12 novembre 1920
Giovanni Giolitti (seduto) firma alla presenza del primo ministro jugoslavo Vesnic (al centro, in piedi) il trattato di Rapallo, 12 novembre 1920

Il trattato, suddiviso in nove articoli, stabilisce:

  • L’Istria diventa italiana, con un confine che da Tarvisio scende fino al Monte Nevoso, il nuovo limite orientale del Regno d’Italia.
  • L’Italia ottiene Zara e, nel golfo del Carnaro, le isole di Cherso e Lussino.
  • In Dalmazia, il controllo su Pelagosta e Lagosta, avamposti strategici nel sud dell’Adriatico.
  • La Jugoslavia ottiene Arbe e Veglia, oltre all’intera Dalmazia, con l’eccezione di Zara.
  • Lo Stato Libero di Fiume viene formalmente riconosciuto e collegato all’Italia tramite una sottile striscia di litorale, utile a garantire i collegamenti commerciali.
  • Sono previste garanzie per le minoranze italiane e slave, con il diritto per i cittadini di scegliere la propria nazionalità.
Spartizioni territoriali stabilite dal Trattato di Rapallo
Spartizioni territoriali stabilite dal Trattato di Rapallo

In pratica l’Italia rinuncia alla Dalmazia, con l’eccezione di Zara, mentre Fiume diventa uno Stato libero, ma senza alcun controllo italiano.

La notizia arriva in città come un fulmine a ciel sereno. Per D’Annunzio e i suoi uomini, il trattato è un tradimento: Fiume, che doveva essere il simbolo della vittoria italiana, è ora uno Stato indipendente, lasciato a sé stesso.

Il sogno dell’annessione all’Italia svanisce definitivamente.

  Il Trattato di Rapallo è citato nel cap.37

 Il Natale di Sangue

A dicembre 1920 il governo italiano decide di porre fine all’occupazione di D’Annunzio con la forza.

Il 20 dicembre il generale Enrico Caviglia schiera intorno alla città 3.000 uomini, suddivisi in 12 battaglioni di alpini e carabinieri, supportati da autoblindo, batterie da campagna e cannoni da 105 mm. Nel golfo, la flotta di Pola, guidata dall’ammiraglio Diego Simonetti, blocca il porto con due corazzate, un incrociatore e otto cacciatorpediniere.

In città, i legionari sono divisi. Alcuni sono pronti a resistere, altri sperano ancora in un compromesso. Sono circa 4.000 gli uomini rimasti a difendere Fiume.

Barricate per le strade di Fiume
Barricate per le strade di Fiume

Nella notte del 24 dicembre i reparti regolari avanzano silenziosamente. I primi scontri avvengono fuori città: gli alpini e i carabinieri sorprendono le postazioni legionarie, disarmano e catturano i difensori senza sparare un colpo. I prigionieri vengono radunati, costretti a inginocchiarsi, presi a calci e schiaffi.

Quando la notizia arriva al Comandante, D’Annunzio ordina di aprire il fuoco. Le mitragliatrici e i fucili legionari colpiscono le truppe governative, costringendole a ripiegare. Sul campo rimangono i primi morti e feriti. È l’inizio di quello che lui stesso definirà il Natale di Sangue.

A notte fonda, Caviglia ordina una tregua per Natale, sperando che i legionari si arrendano spontaneamente. Ma il giorno successivo, D’Annunzio ispeziona la città, incoraggia i combattenti e rafforza le difese. Le strade si riempiono di barricate, i posti di blocco si moltiplicano, sui muri compaiono slogan: “Caviglia? Canaglia!”, “Italia? Ingrata!”.

Barricate per le strade di Fiume
Barricate per le strade di Fiume

All’alba del 26 dicembre inizia l’attacco su più fronti. I legionari, supportati dai civili, resistono con barricate, fucili, bombe a mano. Le donne si improvvisano infermiere, alcune combattono armate accanto agli uomini.

Nel primo scontro frontale, i regolari subiscono perdite e sono costretti a ritirarsi. I legionari ne approfittano per contrattaccare: un gruppo di 400 uomini riesce a conquistare postazioni nemiche, catturando un cannone, due autoblindo e diversi prigionieri. Il battaglione alpino Vestone viene accerchiato e fatto prigioniero. La situazione preoccupa il comando militare, che decide di passare al bombardamento diretto della città.

Nel pomeriggio, la corazzata Andrea Doria si avvicina al porto e inizia a sparare. I primi colpi colpiscono il molo, poi la nave Espero, ammutinata e passata ai legionari. Infine, viene preso di mira il Palazzo del Governo. Il primo colpo sfonda la finestra dello studio di D’Annunzio, facendolo sobbalzare sulla poltrona.

La corazzata Andrea Doria nel porto di Fiume
La corazzata Andrea Doria nel porto di Fiume

Lo spostamento d’aria lo piega in avanti, i vetri esplodono, i calcinacci lo colpiscono alla testa. Un soldato fiumano viene ucciso. D’Annunzio viene trascinato via di forza dai suoi ufficiali, mentre una seconda granata colpisce il piano superiore del palazzo. Ferito e sconvolto, grida tra i denti:

Questa Italia non merita la mia vita!
Il Palazzo del Governatore bombardato
Il Palazzo del Governatore bombardato
Il Palazzo del Governatore bombardato
Il Palazzo del Governatore bombardato

Dopo giorni di combattimenti, il 28 dicembre i legionari rimasti ricevono l’ordine di cessare il fuoco. Fiume è in ginocchio.

  Il Natale di Sangue è raccontato nei capp. 43 e 44

Fiume bombardata
FOTO 51: Fiume bombardata

 I funerali

Alle prime luci del 1° gennaio 1921 Fiume si risveglia tra le macerie. I cittadini escono per vedere i crateri delle bombe, le barricate smantellate, i legionari esausti che tornano lentamente alle caserme. I prigionieri vengono liberati, le armi devono essere consegnate. Guido Keller manda le proprie dentro una bara per bambini.

D’Annunzio ha ottenuto che i legionari partano solo dopo il 5 gennaio per organizzare un’ultima celebrazione. Non deve sembrare una resa: lo scontro di Fiume non sarà la premessa di una guerra civile, ma l’inizio di un’idea da portare in Italia.

Il 2 gennaio i legionari si riuniscono per l’ultima volta in piazza Dante, da dove iniziano il cammino verso il cimitero. Sotto una pioggia sottile la folla è silenziosa, tra le fila si vedono feriti, uomini zoppicanti, visi segnati dalla fatica e dalla fame. Tutti portano fiori e rami d’alloro.

Al cimitero di Cosala, tra le lapidi di ogni lingua, trentaquattro bare allineate raccolgono civili, legionari e soldati regolari, caduti su fronti opposti.

D'Annunzio inginocchiato davanti alle bare coperte dalla bandiera di Randaccio. Cimitero di Cosala, 2 gennaio 1921
D’Annunzio inginocchiato davanti alle bare coperte dalla bandiera di Randaccio. Cimitero di Cosala, 2 gennaio 1921

Davanti alle tombe, il vescovo monsignor Celso Costantini celebra la messa e benedice i caduti. Poi, a un cenno del Comandante, gli ufficiali dispiegano sulle bare la bandiera di Randaccio.

D’Annunzio prende la parola. Non c’è più spazio per proclami di guerra o invocazioni agli eroi. Parla di perdono e di speranza. È il discorso della riconciliazione:   

Se qui apparisse e facesse grido e risuscitasse questi morti discordi su dai coperchi non inchiodati ancora, io credo ch’essi non si leverebbero se non per singhiozzare e per darsi perdono e per abbracciarsi. Credo nella Patria futura e mi riprometto alla Patria futura. Inginocchiamoci e segniamoci, armati e non armati. Crediamo e promettiamo. Davanti a questi morti che riconciliano la nostra speranza, o mie legioni eroiche, o mia forza inseparabile, giuriamoci per una lotta più vasta e per una pace di uomini liberi.

I funerali e il discorso di D’Annunzio sono raccontati nel cap. 45

 La partenza

Dopo la fine dell’Impresa di Fiume, il governo italiano organizza i treni per il rimpatrio dei legionari e degli italiani rimasti in città.

Sono tutti uomini liberi: i militari in servizio saranno reintegrati nelle rispettive caserme, mentre i congedati e i volontari saranno accompagnati ai loro comuni di residenza.

Alla stazione ogni partenza è un momento di festa e nostalgia. I binari sono affollati di fiori, lettere, abbracci, canti. Si comprano cartoline, fotografie, album ricordo della Città di Vita.

La partenza dei feriti, però, scatena un’ultima sommossa, tutta al femminile.

Le donne fiumane, che accompagnano le ambulanze alla stazione, scoprono che i sessanta feriti destinati al rientro verranno caricati su carri bestiame, senza alcuna protezione contro il gelo invernale. Protestano, bloccano le operazioni di carico e si rifiutano di lasciar partire il convoglio finché non ottengono un trattamento dignitoso. Alla fine, vincono: i legionari feriti vengono sistemati nei vagoni di prima classe.

La medaglia di Ronchi
La medaglia di Ronchi

Ad attendere i legionari c’è una folla di giornalisti e curiosi. Tra loro anche molti genitori e  parenti di quei ragazzi partiti per Fiume, corsi al confine appena saputo che si combatteva nelle strade della città. Molti legionari torneranno a casa con la medaglia di Ronchi, tutti diranno di aver visto da vicino Gabriele D’Annunzio.  

La partenza dei legionari è raccontata nel cap.46

L’eredità di Fiume

Dopo la fine drammatica dell’Impresa, la memoria della Città di Vita è stata a lungo offuscata dalla mitologia fascista. Mussolini ne ha saccheggiato i simboli: i discorsi dal balcone, le marce, le cerimonie di giuramento, il culto dei caduti, i gagliardetti, le camicie nere e i fez degli arditi, il motto “Me ne frego”, e il saluto “Eia eia alalà” (che però D’Annunzio completava aggiungendo “Viva l’Amore!”). Ma se il regime fascista ha ereditato la liturgia fiumana, ne ha tradito lo spirito, cancellandone gli aspetti libertari e rivoluzionari.

L’Impresa non fu un’anticipazione del fascismo, ma un esperimento politico e sociale unico nel suo genere, in contrasto con le ideologie dominanti dell’epoca e con il totalitarismo che sarebbe venuto dopo. Fiume ha incarnato una piccola controsocietà, in cui convivevano nazionalismo e internazionalismo, ribellione generazionale e ricerca di nuove forme di governo.

Come osservano studiosi come Giordano Bruno Guerri e Claudia Salaris, l’utopia fiumana ha affrontato temi di discussione e sperimentato esperienze che torneranno, decenni dopo, nei movimenti di contestazione. Alcuni dei suoi elementi – dalla lotta contro il capitalismo globale alla ricerca di un’economia alternativa, dalla libertà sessuale alla trasgressione come forma di ribellione – sembrano anticipare i movimenti del Sessantotto.

Nel crogiolo fiumano, infatti, si parlava di libero amore, emancipazione femminile, abolizione delle carceri, diritto alla nudità, rifiuto delle convenzioni borghesi. Un laboratorio di ribellione che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno nella storia.

Bibliografia