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Polvere – Contenuti Extra

Polvere

Polvere - Atto Primo
Polvere - Atto Secondo

CONTENUTI EXTRA

6 maggio 1976

La sera del 6 maggio 1976 ha inizio in Friuli una delle sequenze sismiche più forti e devastanti della seconda metà del Novecento in Italia.

L’evento comincia alle 20.59 del 6 maggio con una prima scossa di magnitudo 4.9 della Scala Richter. Gli abitanti non fanno in tempo a capire cosa sta succedendo che alle 21.00 arriva la seconda scossa, di magnitudo 6.4 della Scala Richter, durata 59 interminabili secondi.

All’epicentro, inizialmente identificato nella zona del Monte San Simeone, e poi meglio ricollocato tra i comuni di Gemona e Artegna, si registra una intensità pari al IX-X grado della Scala Mercalli.

Prima pagina Messaggero Veneto 07/05/1976
Prima pagina del Messaggero Veneto del 7 maggio 1976 (Foto: Messaggero Veneto)

 I danni

La scossa colpisce 137 Comuni delle province di Udine e di Pordenone, su 219 comuni totali della Regione, per una popolazione complessiva di circa 545.000 persone.

Gli effetti più distruttivi si registrano nella zona a nord di Udine lungo la media valle del Tagliamento, dove interi paesi e cittadine subirono estese distruzioni; fra questi Gemona del Friuli, Forgaria nel Friuli, Osoppo, Venzone, Trasaghis, Artegna, Buia, Magnano in Riviera, Majano, Moggio Udinese, solo per citarne alcuni.

Mappa isosismica del terremoto in Friuli
Mappa isosismica del terremoto in Friuli in base alla scala Mercalli

I Comuni colpiti vengono poi classificati in base all’entità dei danni subiti:

  • 45 dichiarati disastrati
  • 40 gravemente danneggiati
  • e 52 danneggiati.

Si contano

  • 989 morti
  • 3.300 feriti
  • 200.000 senza tetto
  • 18.000 case distrutte
  • 75.000 danneggiate

Danni più leggeri furono registrati fino a Gorizia e a Trieste, in molte località del Veneto e del Trentino-Alto Adige, in Austria e in Slovenia.

Da Udine si va per la strada di Tarvisio alla scoperta della tragedia più silenziosa, più schiva, più pudica che un cronista abbia mai visto, sino a sembrare figlia di una pazzia montanara taciturna e insensibile.
Giorgio Bocca, La Repubblica, 8 maggio 1976
Aldo Moro e Francesco Cossiga in visita ai paesi terremotati, Friuli 1976
Aldo Moro (all’epoca Presidente del Consiglio) e Francesco Cossiga (all’epoca Ministro dell’Interno) in visita sui luoghi del disastro.

La scossa viene comunque avvertita in un’area vastissima, estesa a tutta l’Italia centro-settentrionale, all’Austria, alla Svizzera, la Germania, e quelle che allora erano la Jugoslavia e la Cecoslovacchia.

Il danno al patrimonio edilizio è enorme e notevole l’impatto sull’economia: circa 15.000 lavoratori perdono il posto di lavoro per la distruzione o il danneggiamento delle fabbriche.

Cotonificio di Gemona crollato dopo il sisma
Cotonificio di Gemona crollato dopo il terremoto (Foto: Messaggero Veneto)

I primi soccorsi

Mentre la polvere è ancora sospesa, i primi a scavare a mani nude sono i sopravvissuti, ma il supporto ufficiale arriva in tempi record.

Entro le prime 12 ore, oltre 12.000 soldati delle brigate alpine e reparti dell’esercito già di stanza nella regione (Brigata Julia, Divisione Mantova) lasciano le caserme per distribuirsi nei 77 comuni colpiti. All’epoca, infatti, il Friuli è la zona più militarizzata d’Italia per via del confine con la Jugoslavia, e questo si rivela un vantaggio logistico.

Vigili del Fuoco organizzano i primi soccorsi
Vigili del fuoco al lavoro sulle macerie (Foto: Vigili del Fuoco)

Il primo obiettivo è scavare sotto le macerie sperando di trovare ancora in vita qualcuno. Il secondo obiettivo è mettere in sicurezza le persone.

Ragazzo estratto dalle macerie
Ragazzo estratto dalle macerie (Foto: Corriere della Sera)

L’intervento è massiccio e coordinato, nonostante le strade siano squarciate e i ponti pericolanti:

  • Nelle prime 24 ore il contingente sale a 15.000 unità, includendo Vigili del Fuoco arrivati da tutto il Nord Italia e squadre della Croce Rossa.
  • Vengono impiegati 40 elicotteri per il monitoraggio dall’alto e il trasporto dei feriti gravi verso gli ospedali di Udine e del Veneto, poiché le strutture locali sono spesso inagibili.
  • Vengono distribuite immediatamente oltre 20.000 tende e centinaia di cucine da campo per sfamare i circa 80.000 sfollati della prima notte.
  • Il Genio Militare utilizza 200 mezzi pesanti (ruspe e scavatori) per riaprire i varchi stradali vitali, come la statale Pontebbana, fondamentale per far affluire i rifornimenti.
Automobile distrutta tra le macerie
Automobile distrutta tra le macerie

I radioamatori

In un panorama di comunicazioni totalmente azzerate, con i centralini fuori uso e i tralicci abbattuti, il ruolo dei radioamatori si rivela vitale e, in molti casi, determinante per salvare vite umane. Sono loro i primi a “bucare” l’isolamento del Friuli, lanciando nell’etere le coordinate del disastro mentre il resto d’Italia ancora non ne conosce l’entità.

Uomo ferito sulle macerie
Uomo con le mani ferite dopo aver scavato tra le macerie (Foto: Mauro Galligani)

Già pochi minuti dopo la scossa delle 21:00, centinaia di appassionati in tutta Italia intercettano i segnali deboli e concitati provenienti dalle zone colpite.

In Friuli, i radioamatori locali estraggono le loro apparecchiature dalle macerie, alimentandole con batterie d’auto o generatori di fortuna, e creano una rete di comunicazione d’emergenza che sostituisce i telefoni muti.

  • Il coordinamento dei soccorsi: Per le prime 48 ore, le loro voci sono l’unico strumento a disposizione dei Sindaci e dei comandanti militari per richiedere plasma, ossigeno, ruspe e unità cinofile.
  • La mappatura dei crolli: Grazie alla capillarità dei loro segnali, il centro di coordinamento riesce a capire quali frazioni siano isolate e dove il bisogno sia più urgente, guidando le colonne mobili dei Vigili del Fuoco verso i punti critici.
  • Messaggi di vita: I radioamatori svolgono anche un ruolo umano straordinario, trasmettendo i nomi dei sopravvissuti alle prefetture e ai familiari lontani, rassicurando migliaia di persone nel resto del Paese e all’estero.

Senza questo “esercito dell’etere”, la macchina dei soccorsi avrebbe operato alla cieca per giorni. Il loro contributo è tale che questa esperienza segnerà profondamente la futura organizzazione della Protezione Civile, integrando ufficialmente le associazioni di radioamatori nei protocolli di emergenza nazionale.

Vigili del Fuoco sulle macerie
Vigili del fuoco all’opera sulle macerie (Foto: Vigili del Fuoco)

Il Commissario straordinario

Il Governo, guidato da Aldo Moro, affida la direzione delle operazioni di soccorso al Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti.

Vengono istituiti immediatamente 9 Centri Operativi di Settore, chiamati COS, ognuno dei quali ospita una vera e propria unità di crisi a cui fanno riferimento i Sindaci.

Giuseppe Zamberletti di fronte al duomo di Gemona riscostruito
Giuseppe Zamberletti di fronte al duomo di Gemona ricostruito dopo il sisma
E forti di una solidarietà interna, i friulani colpiti dalla sciagura sono in grado di guardare con distacco alla solidarietà esterna. Quel che è dovuto, è dovuto. Mail pietismo straccione, le urla isteriche, la carità penosa, la mafia sugli approvvigionamenti, come anche il vuoto parlar confuso dei ministri e sottosegretari, le promesse generiche: tutto ciò è considerato estraneo e ostile qui. Sono centinaia di morti pianti con una civiltà che può essere scambiata per freddezża. Tutti hanno la loro storia di salvezza, tutti hanno la loro storia di lutto. È un racconto corale e sommesso, che si fa mentre si scava con i bulldozer, con le pale, con le mani, con i picconi.
Paolo Guzzanti, La Repubblica, 9 maggio 1976

La stampa e i friulani

Il 7 maggio 1976 l’Italia si sveglia con il fragore dei titoli a nove colonne. La stampa nazionale, colta di sorpresa da un sisma che ha messo in ginocchio il Nord-Est, si mobilita con una velocità senza precedenti.

Decine di inviati speciali partono da Milano e Roma, risalendo una penisola ancora ignara della portata del disastro.

Uomo cammina tra le macerie
Uomo tra le macerie (Foto: Fondazione Gramsci)

Friuli ’76 – Cineteca del Friuli

Gianni Minà, inviato in Friuli subito dopo il sisma, intervista alcuni terremotati

 Il popolo del fare

I resoconti giornalistici dell’epoca sono unanimi nel descrivere lo “shock” dei cronisti di fronte al carattere del popolo friulano.

La stampa conia termini come “il popolo del fare”. Gli inviati scrivono di persone che non chiedono, ma agiscono; di anziani che vegliano i morti in silenzio e di giovani che organizzano le prime mense sotto le tende.

“Il Friuli non piange: lavora”, titolano molti quotidiani.

Donna friulana tra le macerie
Donna friulana tra le macerie (Foto: Museo Tiere Motus – Venzone)

Questa narrazione trasforma il terremoto da tragedia locale a caso nazionale di ammirazione collettiva: l’Italia intera scopre una regione allora poco conosciuta, periferica e austera, ma dotata di una dignità che commuove il Paese.

6 maggio 1976 – Teche Rai

Paolo Frajese, inviato del settimanale di attualità “Stasera G7”, ripercorre i luoghi devastati dal terremoto (Video: Teche Rai)

I funerali

L’11 maggio 1976 è il giorno del dolore più muto e solenne. A soli cinque giorni dalla scossa che ha devastato il cuore della regione, il Friuli si ferma per i funerali collettivi. È una cerimonia che resta scolpita nella memoria non solo per il numero delle vittime, ma per l’atmosfera di estrema dignità in cui si svolge.

Disinfettante spruzzato sulle bare
Un addetto spruzza disinfettante sulle bare allineate in attesa dei funerali

Non ci sono più chiese agibili per ospitare migliaia di persone. Le esequie si tengono all’aperto, tra le macerie e il fango, sotto un cielo plumbeo che scarica una pioggia battente sui sopravvissuti.

Le bare di legno, di cui molte sono piccole e bianche, vengono allineate sul prato, una accanto all’altra, in una distesa che sembra non finire mai.

Soldati depongono le bare nella fossa comune
Soldati depongono le bare nelle fosse comuni (Foto: Angelo Palma per Fondazione Gramsci)

Nonostante la presenza delle massime autorità dello Stato — tra cui il Presidente della Repubblica Giovanni Leone e il Presidente del Consiglio Aldo Moro — la scena è dominata dal popolo friulano.

Sono oltre diecimila le persone che partecipano alla cerimonia in un silenzio assoluto, rotto solo dal rumore della pioggia. Non ci sono urla, non ci sono scene di isteria: il dolore è vissuto con quella compostezza composta che la stampa nazionale ha già imparato a conoscere.

Uomo sorregge la bara bianca del figlio
Uomo regge la piccola bara bianca di suo figlio durante i funerali collettivi (Foto: Museo Tiere Motus – Venzone)

La cerimonia è officiata dall’arcivescovo di Udine, monsignor Alfredo Battisti, le cui parole diventano un manifesto di speranza: “Il Friuli risorgerà”.

È il passaggio ufficiale dalla fase del pianto a quella del mattone.

Funerali collettivi
Funerali collettivi (Foto: Archivio Luce)
Chi ha da piangere, e purtroppo ce n'è tanta di gente, lo fa dentro, ricacciando anche le lacrime più giuste, più umane. Lo sforzo di vita è più forte, lo senti, ti colpisce. La morte si sconta vivendo, disse un giorno un grande poeta. Sembrerebbe che sia proprio questa la bandiera del Friuli fisicamente distrutto, ma nel morale più saldo di prima.
Gualberto Niccolini, Il Piccolo, 9 maggio 1976

Le tendopoli

Mentre le scosse di assestamento continuano a far tremare la terra, il Friuli si riorganizza sotto il telone grigio delle tendopoli.

Non sono semplici accampamenti di fortuna, ma i primi embrioni di una ricostruzione che parte dal basso. In poche settimane, migliaia di sfollati trasformano i prati e i piazzali in quartieri temporanei dove la vita quotidiana non si ferma, ma si evolve.

Allestimento di una tendopoli
Allestimento di una tendopoli (Foto: Archivio Luce)
Vita in tendopoli
Vita in tendopoli (Foto: Messaggero Veneto)

L’organizzazione è millimetrica. In ogni tendopoli, grazie al coordinamento tra Alpini, Esercito e volontari, vengono allestite:

  • Cucine da campo: Punti di ristoro che garantiscono pasti caldi a centinaia di persone contemporaneamente.
  • Presidi sanitari: Tende adibite a piccoli ospedali per la gestione delle emergenze e la distribuzione di farmaci.
  • Scuole e asili: Le prime “scuole-tenda” sorgono già a metà maggio per permettere ai bambini di terminare l’anno scolastico, mantenendo una parvenza di normalità.
Veduta d'insieme di una tendopoli
Veduta d’insieme di una tendopoli

 I Comitati di tendopoli

La vera peculiarità del modello friulano risiede però nelle assemblee organizzate dai “Comitati di tendopoli”, poi collegatisi con un comitato di coordinamento dei paesi terremotati, che emette un Boletin das Tendopolis dai paîs taramotâs (Bollettino delle tendopoli dei paesi terremotati), regolarmente registrato al Tribunale di Udine.

Assemblea in una tendopoli
Assemblea di una tendopoli (Foto: Mauro Galligani)

Nelle tendopoli, dunque, all’interno delle tende più grandi o negli spiazzi centrali, i cittadini si riuniscono per discutere il futuro.

Non si subiscono le decisioni dall’alto: i Sindaci e i delegati regionali si confrontano direttamente con la popolazione. In queste assemblee partecipative si decidono le priorità: dove posizionare i futuri prefabbricati, come gestire gli aiuti alimentari e quali fabbriche far ripartire per prime.

È un esercizio di democrazia diretta che impedisce lo scoramento e trasforma lo sfollato in un cittadino attivo.

Proteste dei terremotati
Proteste dei terremotati (Foto: Museo Tiere Motus – Venzone)

A differenza di altre catastrofi, nelle tendopoli friulane non si respira rassegnazione.

La prospettiva è chiara a tutti: la tenda è una fase transitoria che deve durare il meno possibile. Il morale è sostenuto dalla certezza che “si tornerà a casa”.

La solidarietà

Il Friuli non è solo: mentre la terra trema ancora, il mondo intero si mobilita.

La risposta internazionale al sisma del 1976 è immediata, massiccia e senza precedenti, trasformando il Nord-Est d’Italia nel cuore pulsante della solidarietà globale.

Soldati tedeschi impegnati nello sgombero delle macerie
Soldati tedeschi impegnati nelle operazioni di sgombero (Foto: Giiulio Mauri)

La mobilitazione è impressionante. Dall’Italia e dall’estero arrivano uomini, mezzi e risorse con una rapidità che lascia il segno:

  • L’Esercito Italiano schiera oltre 11.000 uomini. Gli Alpini diventano l’emblema del soccorso, con migliaia di volontari che giungono da ogni sezione d’Italia per spalare macerie.
  • Gli Stati Uniti stanziano immediatamente un fondo straordinario di 25 milioni di dollari (una cifra enorme per l’epoca, pari a circa 120 milioni di euro attuali) destinati alla ricostruzione di scuole e infrastrutture. Chiedono solo – e ottengono – che ogni cantiere finanziato sia chiaramente segnalato da una targa che ricordi il dono del popolo americano.
  • La Germania Ovest è tra i primi soccorritori con oltre 1.000 soldati del Genio, ospedali da campo, 260 tonnellate di viveri e la donazione di circa 2.000 case prefabbricate.
  • L’Austria invia reparti dell’esercito specializzati nel soccorso e contribuisce alla ricostruzione di interi villaggi montani (come quello di Moggio Udinese).
  • La Francia: Mobilità unità della Sécurité Civile e fornisce tonnellate di materiale logistico (tende e coperte).
  • Canada e Australia raccolgono milioni di dollari per la costruzione di centri sociali e case di riposo, spinti soprattutto dalla diaspora friulana.
  • La Santa Sede con Papa Paolo VI stanzia immediatamente fondi per la ricostruzione delle canoniche e dei centri parrocchiali, visti come punti di aggregazione sociale.
Prima pagina del Messaggero Veneto del 14 maggio 1976
Prima pagina del Messaggero Veneto del 14 maggio 1976 dedicata alla visita di Rockfeller nelle tendopoli (Foto: Messaggero Veneto)

Due sono i fattori chiave che alimentano questo slancio.

Da un lato, la stima verso il popolo friulano: la dignità e la compostezza delle vittime, che fin dalle prime ore si mettono al lavoro senza indugiare nel lamento, spingono i donatori a fidarsi.

Dall’altro, la credibilità del coordinamento: la gestione trasparente guidata da Giuseppe Zamberletti rassicura i governi stranieri sul fatto che gli aiuti non andranno dispersi nei rivoli della burocrazia, ma arriveranno direttamente sul territorio.

Un contributo fondamentale arriva dai friulani nel mondo. I Fogolârs Furlans, sparsi dall’Argentina all’Australia, inviano milioni di lire e materiali, dimostrando che il legame con la “piccola patria” è più forte di qualsiasi distanza.

Terremotati tra le macerie
Terremotati tra le macerie

Le raccolte fondi

Oltre agli aiuti istituzionali, l’Italia intera risponde con una mobilitazione civile senza precedenti, lanciando raccolte fondi che coinvolgono ogni strato della società. Dai piccoli salvadanai nelle parrocchie di quartiere alle grandi iniziative dei media nazionali, la generosità degli italiani si trasforma in un fiume di risorse concrete.

L’iniziativa più eclatante e simbolica è quella lanciata da Indro Montanelli attraverso le colonne de Il Giornale. Il celebre giornalista appella i suoi lettori chiedendo un contributo per la ricostruzione: la risposta è travolgente. In breve tempo, la sottoscrizione raccoglie la cifra record di oltre 1 miliardo e 100 milioni di lire.

Vestiti appesi fuori da una tendopoli
Vestiti appesi fuori da una tendopoli (Foto: Ansa)

La forza di questa raccolta non risiede solo nel totale, ma nella gestione: Montanelli garantisce che ogni singola lira sarà spesa sotto il controllo diretto del suo quotidiano.

Con questi fondi viene finanziata la ricostruzione di opere pubbliche chiave, come il Centro di formazione professionale di Gemona e diverse scuole, diventando il simbolo di una solidarietà privata “tracciabile” e immediata, capace di bypassare i tempi della burocrazia.

Indro Montanelli nella tendopoli di Tarcento
Indro Montanelli nella tendopoli di Tarcento stabilisce con gli amministratori locali la destinazione dei fondi racconti dal Giornale

Non è solo la stampa a muoversi. Altre testate e reti televisive seguono l’esempio:

  • La raccolta della RAI: Attraverso appelli televisivi e radiofonici, vengono raccolti miliardi di lire che confluiscono in progetti coordinati con la Regione.
  • Sottoscrizioni sindacali: Le grandi confederazioni (CGIL, CISL, UIL) promuovono la trattenuta volontaria di un’ora di lavoro in busta paga, raccogliendo somme ingenti destinate specificamente al ripristino delle fabbriche e delle attività produttive.
  • Iniziative popolari: In centinaia di comuni italiani nascono i “Comitati pro-Friuli” che organizzano concerti, partite di calcio e pesche di beneficenza, dimostrando quanto il Paese si sentisse unito alla “piccola patria” ferita.
Volontari distribuiscono aiuti
Volontari distribuiscono aiuti (Foto: Fondazione Gramsci)
Dice sempre poco, questa Italia dimessa e sommessa: così poco che comprendiamo benissimo come qualcuno, specie della classe politica, dubiti della sua esistenza. E' solo quando suona la campana, nei momenti in cui bisogna fare appello ai doveri del civismo e agli impegni della solidarietà nazionale e umana, che questa Italia riprende la sua parte di protagonista al posto dei rapinatori, degli scioperanti, dei terroristi, dei bombarolo e dei ciarlatani, che ne occupano solitamente il proscenio.
Indro Montanelli, Il Giornale, 9 maggio 1976

I volontari

Oltre ai grandi flussi di denaro e alle truppe ufficiali, il motore umano della ricostruzione è alimentato da un esercito silenzioso di migliaia di volontari civili.

È un fenomeno spontaneo che travolge il Friuli: operai, studenti, professionisti e artigiani decidono di investire le proprie ore di ferie e i giorni di riposo per raggiungere le zone colpite. Molti arrivano con i propri attrezzi da lavoro, dormendo in tenda o nelle auto, pronti a trasformarsi in muratori o sterratori sotto il sole dell’estate 1976.

Un gruppo di boy scout volontari in Friuli
Boy scout volontari in Friuli

La Chiesa

Anche la Chiesa friulana fa la sua parte. I parroci si trasformano in punti di riferimento assoluti per la popolazione: sono loro a conoscere ogni famiglia, ogni anziano rimasto solo, ogni bisogno materiale nascosto tra le macerie.

Le messe celebrate all’aperto, all’ombra di campanili spezzati, non sono solo riti religiosi, ma momenti vitali di aggregazione. La comunità si ritrova, si conta e si sostiene a vicenda; la voce del parroco diventa quella che invita alla calma, alla dignità e alla resistenza. La Chiesa è lì, nel fango, protagonista tanto nell’emergenza quanto nella progettazione della ricostruzione.

Il duomo di Venzone distrutto dal terremoto
Il duomo di Venzone distrutto dal terremoto

Ai furlans che crodin

La lucidità d’azione della Chiesa friulana è impressionante. A soli cinque giorni dal sisma, mentre la terra ancora sussulta, il gruppo ecclesiale Glesie Furlane redige e diffonde un documento destinato a fare storia: il manifesto “Ai furlans che crodin (Ai friulani credenti).

In questo testo, la Chiesa non si limita a chiedere preghiere, ma si schiera apertamente a difesa dei diritti della popolazione colpita.

Il manifesto chiede una ricostruzione che rispetti l’identità, la lingua e la cultura locale, opponendosi a qualsiasi tentativo di sradicamento sociale. È un atto di coscienza civile che motiva i credenti e i non credenti a farsi protagonisti del proprio futuro, trasformando la fede in impegno concreto per la “piccola patria”.

Frate di fronte a una chiesa distrutta
Frate di fronte a una chiesa distrutta (Foto: Museo Tiere Motus – Venzone)
Perchè non è che i friulani non piangano, piangono anche loro, ma non vogliono farsi vedere. E così: tutti fanno finta di parlare d'altro, quasi non fosse successo niente; e seppelliscono i morti come se fosse da piantare una nuova semina nella terra.
David Maria Turoldo, Il Giorno, 11 maggio 1976

La ricostruzione

Dopo la devastazione del 6 maggio, l’imperativo è passare dall’emergenza alla stabilità nel minor tempo possibile. I friulani non aspettano sovvenzioni e di rimboccano subito le maniche. Fasìn di bessôi, ripetono. Facciamo da soli.

Uomo impegnato nella demolizione
Uomo impegnato nella demolizione (Foto: Miri Calderari)

Dalle tende alle case

I friulani sono determinati: non accettano il destino del Belice, con le sue baraccopoli diventate perenni, né vogliono un paese anonimo e calato dall’alto come accaduto nel post-Vajont.

Il grido che sale dalle macerie è chiaro: dalle tende alle case.

Si vuole tornare nelle proprie case, conservando l’identità dei borghi originali. La transizione dalle tende alle abitazioni in muratura è l’unica via immaginabile per un popolo che non vuole dipendere dall’assistenzialismo.

Edifici puntellati per evitare nuovi crolli
Edifici puntellati per evitare nuovi crolli (Foto: Nino Michelotto)

Prima le fabbriche

Durante l’estate, l’entusiasmo è palpabile: nei cantieri edili si lavora senza sosta, nel tentativo eroico di rimettere in piedi le case lesionate prima dell’inverno.

Per evitare lo spettro dello spopolamento, la gerarchia della ricostruzione segue un ordine preciso: prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese. La priorità assoluta va ai luoghi di lavoro. Garantire lo stipendio e il futuro economico significa dare alla popolazione il motivo più concreto per restare tra le macerie e lottare. Se c’è il lavoro, c’è la comunità.

Gli alpini

In Friuli, il terremoto ha il volto e il cappello degli Alpini. Non è solo un legame storico: è una fratellanza di sangue che si manifesta fin dai primi secondi del 6 maggio. Mentre la terra sussulta, le “Penne Nere” passano istantaneamente dal ruolo di vittime a quello di primi, instancabili soccorritori.

Il simbolo del sacrificio alpino è la caserma Goi-Pantanali di Gemona. Il sisma la rade al suolo quasi completamente, seppellendo sotto le macerie centinaia di giovani reclute. Il bilancio è drammatico: 29 alpini perdono la vita quella notte. Eppure, chi riesce a uscire vivo dai crolli non scappa: si mette immediatamente a scavare a mani nude per salvare i commilitoni e i cittadini di Gemona.

Alpini impegnati nella ricostruzione
Alpini al lavoro nei cantieri della ricostruzione (Foto: Associazione Nazionale Alpini)

I Cantieri Alpini

Passata la fase acuta dell’emergenza, l’Associazione Nazionale Alpini (ANA) lancia un’operazione senza precedenti. Durante l’estate del 1976, migliaia di alpini in congedo arrivano da ogni parte d’Italia per dare vita ai Cantieri Alpini. Questi non sono reparti militari in servizio, ma civili che offrono gratuitamente le proprie braccia e competenze professionali.

Cartellone di benvenuto per gli alpini
Cartellone di benvenuto per gli Alpini (Foto: Associazione Nazionale Alpini)

I numeri dell’operazione ANA sono impressionanti:

  • Vengono istituiti 11 cantieri di lavoro stabili nei comuni più colpiti.
  • Oltre 15.000 volontari si alternano sui cantieri durante i mesi estivi.
  • In pochi mesi vengono riparate più di 3.000 abitazioni lesionate, oltre alla costruzione di asili e centri sociali.
  • Si stimano quasi 1.000.000 di ore di lavoro gratuito donate al Friuli.
Alpini al lavoro nei cantieri
Alpini al lavoro nei cantieri della ricostruzione (Foto: Associazione Nazionale Alpini)

Gli Alpini non si limitano a costruire; diventano il collante sociale delle comunità sfollate. Dormono nelle tende con i terremotati, condividono il rancio e, soprattutto, portano quella disciplina e quel buonumore necessari a non cedere alla disperazione.

Alpini al lavoro nei cantieri
Alpini al lavoro nei cantieri della ricostruzione (Foto: Associazione Nazionale Alpini)
Mi sembra che vi sia un’aria di rassegnazione e fatalismo, come se anche ciò che è appena accaduto fosse entrato in uno schema ben noto, che da secoli e secoli si ripete. Stavolta si è trattato del terremoto. Altre volte si è trattato dell’alluvione, dell’invasione o della guerra…. Ma già intuisco, perché lo conosco da sempre, perché io stesso l’ho nel sangue essendo della stessa razza, la loro caparbia volontà di ricostruzione. So benissimo che appena il terrore sarà svanito, appena finirà il subbuglio dei nervi, il fatalismo con cui la sventura è accettata diventerà attivo e costruttivo perché il friulano ha la volontà a costruire, esprime la sua vera natura usando gli arnesi del muratore, del fabbro o del falegname.
Carlo Sgorlon, Corriere della Sera, 8 maggio 1976

15 settembre 1976

Proprio quando il Friuli sta iniziando a risollevarsi, la terra torna a tremare con una violenza inaspettata.

Tra l’11 e il 15 settembre 1976, una nuova, terribile sequenza sismica colpisce una regione già stremata. Non si tratta di semplici scosse di assestamento, ma di un vero e proprio “secondo terremoto” che annulla gran parte del lavoro fatto durante l’estate.

Nuove macerie in Friuli, settembre 1976
Nuove macerie in Friuli, settembre 1976

Il 15 settembre 1976 è il giorno più buio: due scosse fortissime, intorno a magnitudo 6.0, colpiscono mura già indebolite. Molte case che erano state puntellate o riparate crollano definitivamente.

Il panorama è desolante:

  • 45 comuni vengono letteralmente rasi al suolo e dichiarati disastrati.
  • Altri 92 comuni riportano danni gravissimi o significativi.
  • Quello che era stato costruito nei Cantieri Alpini e nelle domeniche di lavoro dei volontari viene vanificato in pochi istanti.

L’impatto sulla gente è devastante. Se a maggio i friulani avevano reagito con una forza che aveva stupito il mondo, a settembre lo sconforto prende il sopravvento.

Nuove macerie in Friuli, settembre 1976
Nuove macerie in Friuli, settembre 1976

La situazione è talmente seria che il Governo decide di inviare nuovamente Giuseppe Zamberletti come Commissario straordinario, stavolta con pieni poteri. Bisogna ricominciare tutto da capo, ma con una strategia diversa.

È chiaro a tutti che non si può più vivere nelle tende: l’inverno friulano è alle porte e le case non ci sono più.

L’esodo

Dopo le scosse di settembre, la realtà si impone con la durezza del clima alpino: l’inverno è alle porte e decine di migliaia di persone sono senza un tetto.

È in questo momento critico che viene presa una decisione senza precedenti, logistica e umana allo stesso tempo: l’evacuazione di massa verso la costa.

I terremotati si preparano all'esodo
Terremotati salgono sui pullman per l’evacuazione (Foto: Giorgio Lotti)

A decidere il trasferimento è il Commissario straordinario Giuseppe Zamberletti. Il motivo è di pura sopravvivenza: le tende non possono reggere al gelo e alla neve del Friuli settentrionale, e i prefabbricati non sono ancora pronti.

Nonostante la resistenza iniziale di molti friulani, restii ad abbandonare le proprie terre e il bestiame, la necessità di mettere in sicurezza anziani, donne e bambini spinge le autorità a forzare la mano.

L’esodo si svolge in modo rapido e coordinato. Una flotta di pullman e treni speciali trasporta circa 45.000 sfollati dal cuore del Friuli verso le località balneari del litorale adriatico.

Momento dell'esodo verso la costa
Momento dell’esodo verso la costa (Foto: Giorgio Galligani)

Per evitare che l’esodo si trasformi in uno sradicamento definitivo, si sceglie però di non disperdere le comunità. Si cerca quindi, per quanto tecnicamente possibile, di trasferire interi nuclei familiari, vicini di casa e frazioni negli stessi alberghi o, quantomeno, nella stessa località.

L’obiettivo è mantenere intatto il tessuto sociale dei paesi anche a cento chilometri di distanza dalle montagne.

  • Lignano Sabbiadoro diventa la nuova casa per i cittadini di Gemona, Osoppo e dei comuni della fascia pedemontana.
  • Grado accolse prevalentemente le comunità della Carnia e delle valli del Torre e del Natisone.
  • Bibione e Caorle ospitarono i residenti dei comuni più vicini al confine veneto.
Terremotati arrivano a Lignano
Terremotati arrivano a Lignano (Foto: Messaggero Veneto)
Nelle immagini del teleschermo le rovine del terremoto possono assumere aspetti pittoreschi, disporsi in atteggiamenti cari all'estetica dell'orrido: viste da vicino sono semplicemente orribili e strazianti.
Gianni Rodari, Paese Sera, 10 maggio 1976

L’inverno

L’inverno sulle rive dell’Adriatico è segnato da un contrasto surreale: le spiagge deserte fanno da sfondo a una comunità montana che tenta di restare unita.

I terremotati vengono alloggiati negli hotel e negli appartamenti che, terminata la stagione turistica estiva, sarebbero rimasti chiusi.

L’accoglienza sulla costa si articola su due fronti principali:

  • Alberghi e Pensioni: utilizzati soprattutto per anziani, persone sole o piccoli nuclei. Qui il servizio è centralizzato e le hall si trasformano in piazze cittadine dove si celebrano messe e si tengono assemblee.
  • Appartamenti e Residence: migliaia di seconde case estive vengono messe a disposizione (spesso volontariamente dai proprietari) per accogliere le famiglie più numerose. Questo permette ai nuclei familiari di mantenere un’autonomia domestica, potendo cucinare i propri pasti e vivere una quotidianità più simile a quella originale.

Poiché molte case estive non sono riscaldate, l’Esercito e i tecnici intervengono d’urgenza per potenziare le linee elettriche e installare migliaia di stufe, rendendo abitabili gli alloggi nati per l’estate.

Per far funzionare questo sistema, i Sindaci e i Parroci dei paesi distrutti si trasferiscono sulla costa insieme alla loro gente.

Negli hotel della costa si ricrearono uffici comunali di fortuna e le hall degli alberghi divennero le nuove piazze del paese. I parroci continuavano a celebrare le messe per la propria comunità nelle sale degli hotel o nelle chiese locali, mantenendo vivo quel senso di appartenenza che era l’unico argine contro la disperazione dell’esilio.

Roulotte per chi è rimasto nelle zone terremotate
Roulotte per chi è rimasto nelle zone terremotate

Molti uomini fanno i pendolari: restano sulla costa a dormire, ma ogni mattina risalgono verso le valli con autobus dedicati per lavorare nelle fabbriche riaperte o nei cantieri, e la sera ritornano sulla costa solo per dormire. Sono i pendolari della ricostruzione”.

L’obiettivo di tutti è uno solo: resistere fino alla primavera, quando la consegna dei primi villaggi di prefabbricati permetterà finalmente il rientro a casa.

I prefabbricati

Il secondo, violento terremoto di settembre è una doccia fredda: le strutture fragili crollano e diventa chiaro che la riparazione immediata non basta.

Con pragmatismo tutto friulano, si accetta l’inevitabile fase transitoria dei prefabbricati, ma solo come ponte verso la ricostruzione definitiva.

Prefabbricati in Friuli
Prefabbricati in Friuli (Foto: Fondazione Gramsci)

In controtendenza con la storia d’Italia, lo Stato onora ogni impegno: i finanziamenti promessi arrivano puntuali e in toto. Dal canto suo, la Regione mette in campo strumenti di controllo rigorosi sulla spesa.

Viene elaborato un sistema di accorpamento degli appalti che permette di abbattere i costi e portare i lavori anche nelle zone montane più impervie. Correttezza e responsabilità sono le parole d’ordine che guidano ogni mattone posato.

Veduta aerea dei prefabbricati a Gemona
Veduta aerea dei prefabbricati a Gemona

La scommessa contro il tempo viene vinta. In poco più di sette mesi, superando un duro inverno, vengono realizzati 350 villaggi di case prefabbricate, in 91 comuni.

La scadenza del 30 aprile 1977, fissata dal commissario Zamberletti come data simbolo per il rientro della popolazione nei propri paesi d’origine, viene rispettata.

È l’inizio del miracolo friulano: una ricostruzione veloce, onesta e profondamente umana.

Il patrimonio artistico

Oltre a ferire profondamente il tessuto sociale ed economico, il terremoto sferra un colpo devastante all’identità stessa di un territorio, riducendo in macerie secoli di storia e di arte.

Quando campanili, chiese e palazzi storici crollano, il rischio non è solo la perdita di manufatti preziosi, ma l’erosione della memoria collettiva di un popolo. È in questo scenario di emergenza culturale che nasce l’imperativo del recupero, inteso però non come semplice sostituzione edilizia, ma come una vera operazione di “salvataggio della memoria”.

Pietre numerate per la ricostruzione
Pietre numerate per la riscostruzione

L’anastilosi

In Friuli, questa missione ha trovato la sua massima espressione in una tecnica antica quanto affascinante: l’anastilosi.

In termini tecnici, l’anastilosi (dal greco ana, “di nuovo”, e stylos, “colonna”) consiste nella ricostruzione di un monumento crollato attraverso il recupero e il riposizionamento pezzo per pezzo dei suoi elementi originali. Se la ricostruzione tradizionale edifica il nuovo, l’anastilosi ricompone l’antico.

Le pietre del duomo di Venzone radunate per la ricostruzione
Le pietre del duomo di Venzone disposte in ordine per la ricostruzione (Foto: Mesaggero Veneto)

Il duomo di Venzone

Il simbolo mondiale di questa tecnica è il Duomo di Venzone, dichiarato monumento nazionale. Dopo le scosse del terremoto, della cattedrale trecentesca resta solo un cumulo di macerie. Invece di abbattere e ricostruire in cemento, si sceglie la via più difficile:

  1. Catalogazione: Ogni singola pietra venne raccolta, numerata e fotografata.
  2. Rilievo fotogrammetrico: Grazie a foto precedenti al sisma, è possibile mappare l’esatta posizione originale di circa 10.000 frammenti lapidei.
  3. Ricollocamento: Le pietre originali vengono integrate con nuovi conci (chiaramente distinguibili per onestà del restauro) solo dove l’originale era polverizzato.
Il duomo di Venzone distrutto dal terremoto
Il duomo di Venzone distrutto dal terremoto
Il duomo di Venzone dopo la ricostruzione
Il duomo di Venzone dopo la ricostruzione (Foto: Borghibellifvg.it)

Questa operazione non fu solo un esercizio di ingegneria, ma un atto di resistenza culturale, per restituire alla comunità il proprio centro spirituale e architettonico esattamente com’era e dov’era.

È gente fatta così, non si siede sulle rovine a piangere, crede molto in se stessa, abbastanza in Dio, poco nello Stato. Piuttosto di stendere la mano se la farebbe tagliare.
Cesare Marchi, Corriere della Sera, 11 maggio 1976

Il “Modello Friuli”

Il “Modello Friuli” è considerato ancora oggi l’esempio d’oro della gestione post-emergenziale in Italia.

A differenza di altre ricostruzioni segnate da burocrazia e sprechi, quella friulana segue il sisma con una rapidità e un’efficienza senza precedenti.

Lo Stato affida l’intera gestione della ricostruzione alla Regione e questa, a cascata, delega il potere ai sindaci. Sono loro, conoscitori diretti del territorio e dei bisogni delle comunità, a gestire i fondi e i permessi, riducendo drasticamente i tempi della burocrazia centrale.

Dov’era Com’era

La ricostruzione si svolge con procedure burocratiche snelle ed è guidata dal motto “Dov’era Com’era”. I friulani, infatti, scelgono di non creare centri abitati sorti dal nulla e anonimi, ma di recuperare l’architettura originaria e l’anima dei borghi.

Il coinvolgimento diretto della popolazione, poi, crea un clima di fiducia e legalità che impedì infiltrazioni malavitose.

Il Friuli ringrazia e non dimentica
Frase di ringraziamento sui muri del Friuli

I risultati raggiunti sono straordinari:

  • Tempi: in soli 10 anni la ricostruzione è sostanzialmente completata.
  • Sviluppo: il Friuli passa da area depressa e di emigrazione a una delle regioni più industrializzate d’Italia.
  • Eredità: da questa esperienza nasce ufficialmente il sistema nazionale della Protezione Civile, istituita nel 1982.

Bibliografia