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I ricordi non fanno rumore – Vol. 2 – Contenuti Extra

I Ricordi Non fanno Rumore

Vol. 2 – La perfezione dell’amore

I Ricordi non fanno rumore Vol.2 - cover

CONTENUTI EXTRA

L’emigrazione italiana in Svizzera

Dal capitolo 11 in poi, il tema dell’emigrazione italiana in Svizzera permea molte pagine di questo romanzo.

L’economia della Svizzera, uscita praticamente indenne dalla Seconda Guerra Mondiale, subito dopo la fine del conflitto comincia a crescere e gli imprenditori svizzeri decidono di cercare manodopera a basso costo all’estero, soprattutto nei paesi confinanti.

Emigranti italiani in partenza per la Svizzera

Nel 1948 il Governo italiano sigla un accordo bilaterale con la Confederazione elvetica sul reclutamento di operai. Dagli stessi politici italiani, l’emigrazione è vista come una soluzione alla disoccupazione dilagante nel nostro Paese e un modo per allentare le tensioni sociali.

Alcide De Gasperi nel 1949 invita gli italiani a “riprendere le strade del mondo”, mentre Amintore Fanfani dichiara che le partenze sono “una valvola di sfogo per il surplus della popolazione italiana”.

Dalla fine della guerra agli anni Sessanta a emigrare in Svizzera sono soprattutto abitanti del Nord Italia, lombardi, veneti, friulani, perché geograficamente più vicini. Poi, invece, negli anni Sessanta e Settanta a spostarsi sono soprattutto i meridionali. Dal 1946 al 1968 in Svizzera ne arrivarono due milioni.

Emigranti italiani in partenza per la Svizzera
Emigranti italiani in partenza per la Svizzera

Il governo elvetico cerca fin da subito di controllare l’immigrazione limitandola ai lavoratori cosiddetti “stagionali”, ovvero lavoratori che possono restare in Svizzera solo per la durata del loro contratto di lavoro.

La condizione di stagionale è dunque precaria, priva di garanzie e diritti: il lavoratore stagionale non può spostarsi all’interno del territorio svizzero ed è vincolato al datore di lavoro che l’ha assunto, il quale può licenziarlo in qualsiasi momento con sole 24 ore di preavviso.

Per entrare in Svizzera bisogna dunque avere un contratto già firmato da parte di un datore di lavoro elvetico. Alla frontiera la gendarmeria controlla il passaporto e il possesso di questo contratto, in assenza del quale la persona viene rimandata indietro.

Oltre al controllo dei documenti, alla frontiera è prevista una visita medica, per confermare che l’immigrato di turno sia in salute e quindi abile al lavoro.

Tristemente famose in tal senso sono le procedure adottate alla stazione di Briga, come racconta Massimo ad Arturo nel capitolo 12. A Briga, infatti, alla frontiera tra l’Italia e la Svizzera francese, alla fine degli anni Quaranta tutti gli immigranti italiani vengono fatti spogliare al freddo, costretti a farsi una doccia e poi cosparsi di DDT prima di passare la visita medica.

Operaie italiane in una fabbrica di merletti in Svizzera

Una volta entrati in Svizzera, nei primi tempi agli stagionali non è nemmeno consentito affittare una casa, proprio per confermare la loro precarietà. Inoltre non è consentito portare con sé la famiglia. Le mogli dei lavoratori entrano solo se anch’esse titolari di un contratto di lavoro ma i bambini non sono ammessi.

Protesta degli emigrati italiani in Svizzera contro il divieto di tenere i figli in Svizzera

Questo non impedisce a molti italiani di portare con sé mogli e figli, che sono però costretti a vivere nella clandestinità. Sono i cosiddetti “bambini invisibili”, nascosti nelle case, che spesso sono solo baracche, scantinati, abbaini e soffitte. Costretti a vivere sottovoce, non possono urlare o ridere o piangere o giocare all’aperto, per timore di essere individuati e denunciati. Se vengono scoperti, sono espulsi immediatamente e spesso mandati negli orfanotrofi creati appositamente lungo il confine.

Solo nel 1964 l’Italia riesce a ottenere dalla Svizzera un nuovo accordo che garantisce ai lavoratori stagionali il diritto, fino ad allora negato, al ricongiungimento famigliare.

Frequenti sono le manifestazioni xenofobe contro i lavoratori stranieri, così come diffusa è la minaccia continua della delazione per chi infrange le regole.

Tra i vari epiteti razzisti rivolti agli italiani, uno dei più diffusi è il termine “Tschingg”, che qui nel romanzo viene detto dalla signora alla stazione all’arrivo di Arturo a San Gallo nel capitolo 12. La parola deriva molto probabilmente dallo storpiamento in lingua tedesca dell’esclamazione “Cinque!”, che i migranti italiani già dalla fine dell’Ottocento ripetevano spesso a voce alta quando giocavano tra loro a morra.

Cartello sulla vetrina di un bar in Svizzera: “Vietato ai cani e agli italiani”
Cartello sulla vetrina di un bar in Svizzera: “Vietato ai cani e agli italiani”

La Svizzera, quindi, vuole “le braccia” ma non vuole “le persone” e fa di tutto per impedire ai lavoratori stranieri di integrarsi nella società elvetica.

Quest’atmosfera di tensione e di intolleranza rende difficile la vita degli italiani in Svizzera, i quali lavorano senza lamentarsi con il solo obiettivo di risparmiare il più possibile per poter tornare in Italia al più presto.

L’emigrazione italiana in Svizzera

Dal capitolo 11 in poi, il tema dell’emigrazione italiana in Svizzera permea molte pagine di questo romanzo.

L’economia della Svizzera, uscita praticamente indenne dalla Seconda Guerra Mondiale, subito dopo la fine del conflitto comincia a crescere e gli imprenditori svizzeri decidono di cercare manodopera a basso costo all’estero, soprattutto nei paesi confinanti.

Emigranti italiani in partenza per la Svizzera

Nel 1948 il Governo italiano sigla un accordo bilaterale con la Confederazione elvetica sul reclutamento di operai. Dagli stessi politici italiani, l’emigrazione è vista come una soluzione alla disoccupazione dilagante nel nostro Paese e un modo per allentare le tensioni sociali.

Alcide De Gasperi nel 1949 invita gli italiani a “riprendere le strade del mondo”, mentre Amintore Fanfani dichiara che le partenze sono “una valvola di sfogo per il surplus della popolazione italiana”.

Dalla fine della guerra agli anni Sessanta a emigrare in Svizzera sono soprattutto abitanti del Nord Italia, lombardi, veneti, friulani, perché geograficamente più vicini. Poi, invece, negli anni Sessanta e Settanta a spostarsi sono soprattutto i meridionali. Dal 1946 al 1968 in Svizzera ne arrivarono due milioni.

Emigranti italiani in partenza per la Svizzera
Emigranti italiani in partenza per la Svizzera

Il governo elvetico cerca fin da subito di controllare l’immigrazione limitandola ai lavoratori cosiddetti “stagionali”, ovvero lavoratori che possono restare in Svizzera solo per la durata del loro contratto di lavoro.

La condizione di stagionale è dunque precaria, priva di garanzie e diritti: il lavoratore stagionale non può spostarsi all’interno del territorio svizzero ed è vincolato al datore di lavoro che l’ha assunto, il quale può licenziarlo in qualsiasi momento con sole 24 ore di preavviso.

Per entrare in Svizzera bisogna dunque avere un contratto già firmato da parte di un datore di lavoro elvetico. Alla frontiera la gendarmeria controlla il passaporto e il possesso di questo contratto, in assenza del quale la persona viene rimandata indietro.

Oltre al controllo dei documenti, alla frontiera è prevista una visita medica, per confermare che l’immigrato di turno sia in salute e quindi abile al lavoro.

Tristemente famose in tal senso sono le procedure adottate alla stazione di Briga, come racconta Massimo ad Arturo nel capitolo 12. A Briga, infatti, alla frontiera tra l’Italia e la Svizzera francese, alla fine degli anni Quaranta tutti gli immigranti italiani vengono fatti spogliare al freddo, costretti a farsi una doccia e poi cosparsi di DDT prima di passare la visita medica.

Operaie italiane in una fabbrica di merletti in Svizzera

Una volta entrati in Svizzera, nei primi tempi agli stagionali non è nemmeno consentito affittare una casa, proprio per confermare la loro precarietà. Inoltre non è consentito portare con sé la famiglia. Le mogli dei lavoratori entrano solo se anch’esse titolari di un contratto di lavoro ma i bambini non sono ammessi.

Protesta degli emigrati italiani in Svizzera contro il divieto di tenere i figli in Svizzera

Questo non impedisce a molti italiani di portare con sé mogli e figli, che sono però costretti a vivere nella clandestinità. Sono i cosiddetti “bambini invisibili”, nascosti nelle case, che spesso sono solo baracche, scantinati, abbaini e soffitte. Costretti a vivere sottovoce, non possono urlare o ridere o piangere o giocare all’aperto, per timore di essere individuati e denunciati. Se vengono scoperti, sono espulsi immediatamente e spesso mandati negli orfanotrofi creati appositamente lungo il confine.

Solo nel 1964 l’Italia riesce a ottenere dalla Svizzera un nuovo accordo che garantisce ai lavoratori stagionali il diritto, fino ad allora negato, al ricongiungimento famigliare.

Frequenti sono le manifestazioni xenofobe contro i lavoratori stranieri, così come diffusa è la minaccia continua della delazione per chi infrange le regole.

Tra i vari epiteti razzisti rivolti agli italiani, uno dei più diffusi è il termine “Tschingg”, che qui nel romanzo viene detto dalla signora alla stazione all’arrivo di Arturo a San Gallo nel capitolo 12. La parola deriva molto probabilmente dallo storpiamento in lingua tedesca dell’esclamazione “Cinque!”, che i migranti italiani già dalla fine dell’Ottocento ripetevano spesso a voce alta quando giocavano tra loro a morra.

Cartello sulla vetrina di un bar in Svizzera: “Vietato ai cani e agli italiani”
Cartello sulla vetrina di un bar in Svizzera: “Vietato ai cani e agli italiani”

La Svizzera, quindi, vuole “le braccia” ma non vuole “le persone” e fa di tutto per impedire ai lavoratori stranieri di integrarsi nella società elvetica.

Quest’atmosfera di tensione e di intolleranza rende difficile la vita degli italiani in Svizzera, i quali lavorano senza lamentarsi con il solo obiettivo di risparmiare il più possibile per poter tornare in Italia al più presto.

La Resistenza al Niguarda di Milano

Nel capitolo 28, nello scoprire il passato di Vittoria, troviamo riferimenti alle azioni di sabotaggio e resistenza svolte dal personale sanitario negli ospedali di Milano nel biennio 1944-1945.

L’8 settembre 1943 un bombardamento aereo distrugge l’infermeria del carcere di San Vittore, così i detenuti feriti o ammalati più gravi vengono trasferiti al padiglione Ponti del Niguarda. Medici e infermieri dell’Ospedale, guidati dal parroco don Giovanni Macchi, accolgono quindi i carcerati (che sono per lo più ebrei, partigiani, perseguitati politici), ne organizzano l’assistenza clinica, ma soprattutto collaborarono al fine di aiutare molti di loro a salvarsi e a scappare.

Infermiere del Niguarda
Infermiere del Niguarda

Suore e infermiere svolgono azioni di sabotaggio in corsia, falsificano le cartelle cliniche, inventano malattie contagiose per evitare l’ingresso nei reparti dei gerarchi nazisti, inducendo febbri altissime, simulando ferite profonde e sanguinolente, peggiorando le diagnosi in modo da guadagnare tempo e consentire fughe.

Poi si ingegnano in ogni modo per raccogliere confidenze, trasmettere messaggi e far fuggire gli ammalati, fornendo loro documenti falsi, travestimenti, nascondigli, espatri clandestini organizzati verso la Svizzera.

Capo Sala di questo reparto è Suor Giovanna Mosna, poi insignita con la Medaglia d’Oro della Resistenza.

ritratto di suor Giovanna Mosna e targa del Giardino a Milano dedicato a lei e Maria Peron, entrambe partigiane all’ospedale Niguarda
Ritratto di suor Giovanna Mosna e targa del Giardino a Milano dedicato a lei e Maria Peron, entrambe partigiane all’ospedale Niguarda

Le celebrazioni del 25 aprile

Nel capitolo 33 Fausto e Vittoria visitano una mostra commemorativa organizzata alla Stazione Centrale di Milano per celebrare i 20 anni dalla fine della guerra. Questa mostra, purtroppo, non si è mai svolta ed è solo una invenzione letteraria.

Ciò che è storicamente vero, però, è che proprio (e soltanto) nel 1965 il 25 aprile viene riconosciuta come festa nazionale di tutto lo Stato italiano.

Fin dal 1949 De Gasperi inserisce il 25 aprile nell’elenco delle festività civili nazionali, ma per tutti gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta le celebrazioni in questa data sono spesso vietate o isolate.

Nel 1965, invece, il neo-eletto Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, che ha partecipato attivamente alla Resistenza, decide di celebrare ufficialmente la ricorrenza del 25 aprile andando a deporre una corona d’alloro all’Altare della Patria e alle Fosse Ardeatine, dando inizio così alle cerimonie tradizionali che si svolgono ancora oggi.

La moda nel secondo dopoguerra

Nel capitolo 1 Bianca sui banchi del mercato di Pavia trova stoffe di viscosa e qualche cerniera lampo.

Siamo nel 1948 e queste sono novità nel campo della moda. 

La viscosa

Brevettata a fine Ottocento, la viscosa, detta anche rayon, è una fibra tessile molto simile alla seta per lucentezza, ma è ottenuta non dai costosi bachi da seta, bensì dalla cellulosa del legno, ricavata da ben più economiche canne di fiume.

Durante gli anni Venti e Trenta il regime fascista punta proprio sulla produzione di viscosa per rendere l’Italia indipendente in campo tessile e per questo l’industria della viscosa ha uno slancio massiccio, tanto che nel 1934 l’Italia diventa il primo esportatore mondiale di viscosa.

Il progetto autarchico del regime prevede la colossale opera di bonifica di terreni paludosi da destinare a coltivazioni agricole. Tra questi territori c’è anche la bassa pianura friulana dove nel 1937 viene fondata Torviscosa (il nome già dice tutto), nucleo comprendente i campi dove vengono coltivate le canne, lo stabilimento industriale per la produzione della viscosa e il centro abitato dove vivono gli operai e i dirigenti della fabbrica con le loro famiglie.

La cerniera lampo

Inventata e perfezionata nella seconda metà dell’Ottocento, la cerniera lampo viene usata inizialmente per chiudere le tasche delle uniformi militari o le galosce dei soldati. Le zip compaiono nella moda di tutti i giorni solo nei primi anni Trenta, soprattutto per l’abbigliamento infantile, perché agevolano l’indipendenza dei bambini nel vestirsi da soli.

Sempre negli anni Trenta è la stilista italiana Elsa Schiaparelli a utilizzare per prima la cerniera lampo senza nasconderla nel tessuto.

Elsa Schiaparelli con uno dei primi abiti con una zip in vista nel 1936
Elsa Schiaparelli con uno dei primi abiti con una zip in vista nel 1936
Le riviste femminili

Nel capitolo 31 la portinaia Irene trova e mostra orgogliosa a Vittoria alcune annate complete della rivista Annabella. Fondata nel 1933 con il titolo Lei, la rivista cambiò nome nel 1938 per adeguarsi alla campagna intrapresa dal regime fascista contro l’uso del pronome di cortesia “lei”.

Come le tante altre riviste femminili di quel periodo, Annabella si rivolge alla “donna moderna”, cioè alla donna borghese, per lo più casalinga e madre di famiglia, e tratta quindi argomenti come la moda, la cura della casa e dei figli, resoconti di viaggi, articoli di attualità in cui vengono raccontate le vite di re e regine, di attori del cinema e celebrità.

Numeri della rivista Annabella degli anni Quaranta (fonte: Bergoglio Libri d’epoca)
Numeri della rivista Annabella degli anni Quaranta

A tutto questo si affiancano sempre articoli moraleggianti in cui vengono esaltate le virtù della donna fascista, fervente cristiana, moglie integerrima, madre devota, risparmiatrice attenta; una donna che, anche quando lavora, è prima di tutto una “donna di casa”, sempre sorridente e soddisfatta del proprio ruolo.

Biki

Sempre restando nel campo della moda, nel capitolo 28, mentre si prepara per assistere alla Prima della Scala il 7 dicembre 1960, Vittoria cita la stilista Biki.

Elvira Leonardi, detta Biki
La stilista Biki

Elvira Leonardi, detta Biki, è una delle più celebri sarte italiane tra gli anni Quaranta e Sessanta. Le grandi signore dell’alta borghesia milanese sono tutte sue clienti affezionate, ma Biki diventa famosa soprattutto perché veste Maria Callas.

Biki conosce la grande soprano nel 1951 e ne valorizza la figura, trasformandola da semplice donna goffa e malvestita, a splendida signora di classe e icona di stile.

Biki con Maria Callas
Biki con Maria Callas
Le prime della Scala

È proprio la Callas nel 1951 a inaugurare la data del 7 dicembre come inizio della stagione scaligera, che prima invece iniziava il 26 dicembre.

Così Sant’Ambrogio scalza Santo Stefano e a poco a poco la serata della Prima diventa un evento mondano esclusivo e chiacchierato, durante il quale le spettatrici, per lo più esponenti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia cittadina, sfoggiano i capi d’alta moda creati appositamente dalle nuove sarte della moda italiana: Biki, certo, ma anche Gigliola Curiel, Germana Marucelli e Jole Veneziani.

Maria Callas in Poliuto il 7 dicembre 1960
Maria Callas in Poliuto il 7 dicembre 1960

 Le gran dame non lasciano nulla al caso e spesso scelgono abiti, acconciature, gioielli e accessori in modo da restare in tema con l’opera in cartellone. E così la sera del 7 dicembre 1960 alla Scala si vedono molti abiti “alla vestale”, perché sul palco va in scena il Poliuto di Donizetti, opera ambientata durante l’epoca imperiale romana.

Quella serata riempie a lungo i rotocalchi perché sul palco canta Maria Callas, in sala sono seduti Grace Kelly e Ranieri di Monaco con Onassis, e tutto il teatro è adornato da 6.000 garofani rosa offerti alla Divina da Pierre Balmain.

Maria Callas e gli altri interpreti escono a prendere gli applausi alla fine della prima del 7 dicembre 1960, con i palchi della Scala adornati di garofani
Maria Callas e gli altri interpreti escono a prendere gli applausi alla fine della prima del 7 dicembre 1960, con i palchi della Scala adornati di garofani

Bibliografia

Sitografia

Gli altri libri della Saga