Le figure retoriche in un testo in prosa - Libroza
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Le figure retoriche in un testo in prosa

figure retoriche

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Sono sicura che hai sentito spesso parlare di figure retoriche e dai tempi della scuola sicuramente porti con te qualche reminiscenza su cosa sia un ossimoro o una metafora.

A differenza di quello che si pensa comunemente, però, le figure retoriche non sono strumenti linguistici a disposizione solo dei poeti e il loro studio non dovrebbe quindi essere limitato all’analisi dei testi poetici.

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La maggior parte delle figure retoriche, infatti, viene utilizzata nel linguaggio comune da tutti, quando parliamo e quando scriviamo, anche se non ne siamo consapevoli.

Per questo a mio avviso uno scrittore di prosa dovrebbe soffermarsi ad analizzarle, per capire cosa sono, come funzionano e, soprattutto, come può sfruttarle al meglio nei propri testi.

Il linguaggio figurato

Prima di affrontare le figure retoriche, bisogna ricordare che ogni parola porta con sé due elementi:

  • il significante, cioè la catena di lettere e suoni che la costituiscono,
  • e il significato, cioè l’immagine o l’informazione che si affaccia alla nostra mente quando sentiamo o leggiamo quella parola.

Quindi se io scrivo cuore, questa parola porta con sé un significante, costituito dalle lettere c-u-o-r-e che compongono un sostantivo maschile singolare, e un significato, dato dall’immagine del muscolo che pompa il sangue posto al centro del nostro torace a cui penso immediatamente non appena sento la parola stessa.

Il significato, a sua volta, può essere:

  • denotativo, cioè letterale, comunemente diffuso e condiviso,
  • o connotativo, cioè inusuale, insolito o traslato.

Dunque se scrivo cuore posso pensare al muscolo che pompa il sangue posto al centro del nostro torace, e in questo caso sto pensando al significato denotativo della parola; ma posso pensare anche alla sede dei sentimenti e delle emozioni, all’affetto che provo per qualcuno, oppure all’elemento centrale di una situazione difficile, il cuore del problema, o perfino al ripieno goloso di un pasticcino con il cuore di cioccolato. In questo caso, ovviamente, ho pensato a significati connotativi della parola.

Il significato denotativo è quindi quello che usiamo nella comunicazione ordinaria, per descrivere e informare; il significato connotativo è invece quello che usiamo per aggiungere a una parola un valore in più, arricchendo la parola stessa e aumentando l’efficacia espressiva della lingua.

Se cerchi una parola nel vocabolario, il primo significato che trovi è quello denotativo, seguito poi da tutti quelli connotativi.

L’uso del linguaggio nel suo significato connotativo è ciò che viene definito  linguaggio figurato.

Le figure retoriche più importanti si basano proprio su questi significati figurati, aggiunti, e spesso sul trasferimento di significato da un termine a un altro.

Cosa sono le figure retoriche

Le figure retoriche sono artifici linguistici, cioè strutture della lingua in cui le parole sono utilizzate in un modo diverso dal loro uso comune.

Nelle figure retoriche i significanti e i significati delle parole sono abbinati in modo inusuale proprio per sfruttare il livello figurato del linguaggio e dare alla comunicazione maggiore forza espressiva.

Proprio per questo le figure retoriche non sono appannaggio esclusivo del linguaggio letterario o poetico, perché in realtà noi tutti quando parliamo possiamo aver bisogno di dare maggiore enfasi al nostro discorso e vogliamo trasmettere significati che vanno al di là del semplice livello denotativo.

Le figure retoriche sono quindi molto frequenti anche nel parlare quotidiano, come strumenti ai quali facciamo ricorso, involontariamente o di proposito, per rafforzare la nostra comunicazione e veicolare in modo più efficace il nostro pensiero.

A cosa servono le figure retoriche in un testo in prosa

Per questa loro presenza diffusa nel linguaggio quotidiano, le figure retoriche rientrano a pieno titolo negli strumenti che uno scrittore può e deve utilizzare.

Anzi, proprio perché fanno parte del linguaggio comune in modo spesso inconsapevole, esse rientrano inevitabilmente anche nei testi in prosa, semplicemente perché fanno parte del modo di parlare e di scrivere dell’autore.

Le figure retoriche, dunque, ci sono sempre, che tu lo voglia o no.

A questo punto, se vuoi migliorare la tua scrittura, tanto vale che smetti di ignorarle o di pensare che le figure retoriche siano un affare che riguarda solo i poeti!

Studiale e impara a riconoscerle, nella tua scrittura così come nel parlato comune, in modo da poterle usare a tuo piacere.

In fondo si tratta di uno strumento linguistico molto potente e sarebbe da sciocchi lasciarlo al caso.

Sii dunque consapevole dell’uso che fai delle figure retoriche nel tuo linguaggio parlato e scritto e sfruttale per quello che esse sanno fare meglio: creare immagini inattese, arricchire descrizioni, offrire una visione suggestiva della realtà, aprire le porte del mondo interiore dei tuoi personaggi.

Classificazione delle figure retoriche

Esistono molte classificazioni, anche complesse, delle figure retoriche. A me piace utilizzare quella più semplice, perché in fondo noi non siamo studiosi di linguistica e quello che ci serve è solo capire quali strumenti la nostra meravigliosa lingua ci mette a disposizione per usarli a nostro vantaggio.

Ecco dunque la classificazione delle figure retoriche in tre grandi categorie:

  • figure di suono, dette anche fonetiche, che riguardano l’aspetto fonico-ritmico delle parole;
  • figure di ordine, dette anche sintattiche, che riguardano la posizione delle parole nella frase e la sua costruzione;
  • figure di significato, dette anche semantiche, che riguardano lo spostamento di significato che i vocaboli possono assumere.

Quali figure retoriche di suono usare in prosa

Le figure retoriche di suono sono quelle che riguardano l’aspetto fonetico delle parole, cioè il loro suono quando vengono pronunciate o il ritmo che creano all’interno della frase.

Poiché si tratta di figure che tendono a creare forti legami di ricorrenza sonora all’interno della frase, sono quelle meno indicate per l’uso in un testo in prosa.

In poesia, infatti, il legame sonoro tra parole vicine è ben accetto e perfino ricercato; in prosa, invece, si tende a creare un periodo fluido in cui non ci siano rimandi fonetici tra le parole, proprio perché questi legami sarebbero sentiti come interruzioni della frase, punti di rallentamento del discorso.

Così, per esempio, tra le figure di suono, sono da evitare in prosa:

  • l’allitterazione, cioè la ripetizione di suoni identici all’inizio o all’interno di parole consecutive.
    E nella notte nera come il nulla è un bellissimo verso di Pascoli, ma per la ridondanza della n e per il ritmo marcato che segna, sarebbe semplicemente fuori luogo in un testo in prosa.
  • la rima, regina delle figure di suono, in cui c’è identità di suono nella parte finale di due parole consecutive o vicine.
    Es: La guardò intensamente negli occhi e improvvisamente la baciò.
  • la paranomasia, o bisticcio di parole, in cui sono accostate due parole simili o perfino identiche nella grafia, anche dal significato diverso.
    Es: Apri la porta e porta qui quel vassoio.

Meno evidenti e quindi meno pericolose (a patto che non siano insistite):

  • l’assonanza, in cui la parte di finale di due parole consecutive o vicine è uguale solo per le vocali in essa contenute.
    Es. Sognavo il bacio che gli avevo dato.
  • la consonanza, in cui la parte di finale di due parole consecutive o vicine è uguale solo per le consonanti in essa contenute.
    Es. Era pieno agosto quando per un guasto chiamai questo tizio che si presentò lesto.

Utile in alcuni contesti:

  • l’onomatopea, cioè la riproposizione fedele di un suono, un rumore, un verso.
    Ad esempio i versi degli animali (bau bau, cra cra, ecc.) sono spesso inseriti nei libri per la prima infanzia.
    I rumori e i suoni sono riprodotti in lettere nei fumetti (boom, slap, ecc.)
    Nella prosa corrente, al posto delle onomatopee vere e proprie, meglio usare le parole onomatopeiche, cioè parole di senso compiuto che suggeriscono o ricordano un suono, un rumore o un verso. Tutti i testi, infatti abbondano di ululati, ticchettii, sibili e rimbombi.

Quali figure retoriche di ordine usare in prosa

Le figure retoriche di ordine, dette anche sintattiche, sono quelle che riguardano la posizione delle parole nella frase e la sua costruzione. Come sappiamo, infatti, l’italiano non è una lingua che prevede posizioni fisse per le parole o per i complementi all’interno di una frase.

Di certo alcuni costrutti sono sentiti come più fluidi e lineari, come il classico soggetto-verbo-complemento che a scuola ti hanno sicuramente ripetuto più volte.

E in effetti ci sono dei modelli di costruzione delle frasi considerati più logici e quindi usati di più.

Ma proprio per questo, quando vuoi dare risalto a una parola all’interno della frase, puoi giocare anche con la sua posizione per metterla in risalto.

Alcune figure di ordine, possono quindi funzionare bene anche in prosa:

  • l’enumerazione, detta anche accumulazione, che è in effetti un elenco di elementi
    Es. Ritornò carica di pacchi, pacchettini, borse, buste, fiocchi in ogni dove, una sciarpa nuova al collo, un gelato in mano e un palloncino legato al polso.
  • il climax, una enumerazione in cui i termini sono dati in ordine di intensità crescente
    Es. Penso a lui, lo immagino, lo desidero, lo voglio.
  • l’anticlimax, una enumerazione in cui i termini sono dati in ordine di intensità decrescente
    Es. Piano piano lo vidi allontanarsi, rimpicciolire all’orizzonte e poi sparire.
  • il chiasmo, cioè l’incrocio che si genera tra due termini iniziali dati in una certa successione (sintattica o di significato) e altri due termini successivi dati nell’ordine inverso.
    Es. Giovanni è il primo, l’ultimo è Francesco.

Alcune figure di ordine portano a ottenere una frase non del tutto corretta dal punto di vista sintattico e quindi potrebbero non essere efficaci in un testo in prosa.

Tuttavia, dal momento che sono frequenti nel parlato di tutti noi, si possono inserire con successo nei dialoghi di un testo narrativo, proprio per rendere lo stile non sempre sintatticamente corretto della comunicazione orale o per caratterizzare un personaggio.

Sono figure di questo tipo:

  • l’anafora, che consiste nella ripetizione di termini uguali all’inizio di frasi consecutive
    Es. Guardami, ti prego. Guardami, se hai coraggio!
  • l’epifora, che consiste nella ripetizione di termini uguali alla fine di frasi consecutive
    Es. Vorrei che tu fossi qui, adesso. Potremmo fare così tante cose insieme qui, adesso.
  • l’anastrofe, che consiste nell’anticipare o posporre un elemento della frase rispetto alla struttura sintattica consueta.
    Es. Mai più voglio vederti, mai più!
  • l’anacoluto, che consiste in una frase in cui non è rispettata la concordanza sintattica tra le parti. Si tratta a tutti gli effetti di periodo sospeso, una frase che comincia in un modo ma che poi devia e si conclude in un altro. Dal punto di vista sintattico è un vero e proprio errore, ma è un costrutto tipico del parlato.
    Es. Voi uomini, si sa, dobbiamo fare tutto noi donne per insegnarvi la vita.
  • l’ellissi, cioè l’eliminazione dalla frase di alcuni elementi sintattici che possono essere facilmente ricavati dal contesto.
    Es. Vorrei che tu mi spiegassi come fare. Come affrontare il problema e risolverlo.
  • l’iperbato, cioè la separazione di due parole che sintatticamente dovrebbero restare vicine per inserire tra di loro altri elementi della frase.
    Es. Potresti, se non è troppo disturbo, dirmi che diavolo sta succedendo?
  • lo zeugma, cioè il collegamento di un verbo a due o più termini della frase che invece richiederebbero ciascuno un verbo specifico.
    Es. Guarda come deve essere impugnato l’archetto e come deve essere morbido il suono.

Quali figure retoriche di significato usare in prosa

Le figure retoriche di significato, dette anche semantiche, sono quelle figure che riguardano il significato delle parole, l’adozione di uno o più significati connotativi delle stesse o perfino lo spostamento di significato da un termine all’altro all’interno della frase.

Sono sicuramente le figure retoriche più interessanti, sia per i testi in poesia che per quelli in prosa, perché consentono di giocare con il valore più profondo delle parole stesse e arricchiscono la comunicazione di sfumature e di intenti pressoché infiniti.

Come molte delle figure retoriche già presentate, anche le figure retoriche di significato sono spesso usate spontaneamente dalle persone in modo inconsapevole e fanno parte dei modi di dire condivisi.

Per questo motivo e per la loro forza espressiva tutte le figure di significato possono quindi essere usate in un testo in prosa.

Elenchiamo qui le principali:

  • l’antitesi, ovvero la contrapposizione di due parole o due espressioni di significato opposto.
    Es. Vorrei tutto da lei e nono ho nulla.
  • l’ossimoro, ovvero l’accostamento di due termini dal significato opposto all’interno di un’unica espressione. L’ossimoro è dunque molto più forte della semplice antitesi.
    Es. Rimasi immobile in quel silenzio assordante.
  • l’antonomasia, che consiste nell’utilizzare un nome proprio di un personaggio famoso come nome comune per indicare una persona che possieda le sue stesse caratteristiche.
    Es. Suo figlio era un piccolo Einstein.
  • l’iperbole, che è un’espressione volutamente esagerata, per eccesso o per difetto.
    Es. Ti mando un milione di baci. / Esco a fare due passi.
  • la litote, che consiste nell’esprimere un concetto in modo indiretto, negando il suo contrario.
    Es. Non ho detto che è brutto, ma a me non piace.
  • la preterizione, o paralessi, che consiste nel fingere di non voler dire nulla di qualcosa di cui invece si sta parlando.
    Es. Non per farmi gli affari tuoi, ma credo dovresti lasciarlo.
  • l’ironia, che consiste nel dire il contrario di ciò che si pensa con intento ironico o sarcastico.
    Es. Un’altra nota sul libretto, ma che bravo!
  • la perifrasi, che consiste nell’utilizzare un giro di parole per dire qualcosa che non si riesce o non si vuole dire con chiarezza.
    Es. Era l’ora in cui il sole tocca l’orizzonte e la natura si prepara al riposo notturno.
  • l’eufemismo, che consiste in una perifrasi usata per attenuare un concetto troppo duro, diretto o volgare
    Es. Lavorava in un locale per soli uomini.
  • la sinestesia, ovvero l’accostamento di due termini appartenenti a sfere sensoriali diverse in un’unica espressione.
    Es. Per provocarlo indossai quel vestito chiassoso che non gli piaceva.
  • la metonimia, che consiste nella sostituzione di un termine con un altro che ha con il primo un rapporto di contiguità logica. Per esempio l’effetto per la causa, il concreto per l’astratto, il contenente per il contenuto, l’autore per l’opera, il produttore per il prodotto, o viceversa.
    Es. Beviti questo bicchiere e poi vattene!
    Certo che hai proprio un bel fegato a presentarti qui.
  • la sineddoche, che consiste nella sostituzione di un termine con un altro che ha con il primo un rapporto di quantità. Per esempio la parte per il tutto, il genere per la specie, il singolare per il plurale e viceversa.
    Es. All’orizzonte apparve una vela.
    Il tedesco è molto più preciso e puntuale dell’italiano.
  • la similitudine, ovvero il paragone tra due termini o espressioni. È una delle figure retoriche più usate in assoluto, soprattutto in prosa, dove contribuisce ad arricchire le descrizioni.
    Es. Si avvicinò silenzioso come un gatto.
    La luna sembrava una perla, incastonata nel nero della notte.
  • e infine la metafora, regina delle figure retoriche di significato, detta anche similitudine abbreviata, proprio perché consiste nell’accostare due termini in relazione di somiglianza tra loro, o perfino sostituire un termine con un altro, ma omettendo i passaggi logici del paragone.
    Es. Sei una volpe.
    Stanno distruggendo il polmone del mondo.

Ci sarebbe molto da dire su ciascuna di queste figure e sulle più usate si potrebbero fare molti esempi, tratti anche dai grandi autori. Non è detto che prima o poi io non lo faccia!

Questa panoramica di figure retoriche e di esempi, infatti, non ha la pretesa di essere esaustiva. Spero tuttavia di essere riuscita a farti capire quanto le figure retoriche facciano parte del nostro linguaggio quotidiano e quindi quanto sia importante anche per uno scrittore di prosa conoscerle e sfruttarle.

Raccontami la tua esperienza con le figure retoriche: quali sono quelle che usi di più? e quelle che usi di meno? Nell’elenco che ho fatto hai trovato figure retoriche che non conoscevi? Oppure figure che usavi senza saperlo?

Scrivimelo nei commenti qui sotto, ti aspetto!

P.S.

Ci ho messo molti giorni per raccogliere tutte le informazioni e scrivere questo articolo. Se ti è piaciuto, ti chiedo dunque un piccolo favore.

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