Come scrivere dialoghi efficaci in un romanzo - Libroza
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Scrivere dialoghi efficaci è uno dei passaggi più delicati nella scrittura di un romanzo, perché dalle battute di un discorso diretto il lettore può capire molto sul carattere dei personaggi e anche sull’andamento della storia.

Scrivere un buon dialogo non è facile, perché da una parte bisogna cercare di rendere con la parola scritta il flusso veloce del parlato, dall’altra è necessario costruire frasi complete che abbiano un senso, quando invece la comunicazione orale spesso prescinde dalla sintassi.

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Cerchiamo dunque di capire insieme quali sono gli obiettivi che uno scrittore dovrebbe prefiggersi nella scrittura di sequenze dialogiche, quali sono i principali errori che può commettere e come evitarli.

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Come scrivere dialoghi efficaci

Prima di tutto un dialogo può dirsi efficace quando al suo interno si sentono solo le voci dei personaggi coinvolti nella scena e non quella dell’autore.

Un dialogo, infatti, è come una scena teatrale o una scena di un film in cui vedi due o più personaggi parlare tra loro: ascolti le loro battute, osservi i loro comportamenti e le loro espressioni e così ti cali dentro la scena completamente, la prendi per vera e ti dimentichi che le battute sono state scritte da un drammaturgo o da uno sceneggiatore e che i movimenti e i gesti sono stati concordati con un regista.

Questo è quello che dovrebbe succedere anche dentro il tuo romanzo. Mentre legge i dialoghi che tu hai scritto, il lettore deve vedere nella sua testa la scena vera e propria, deve immaginare le facce, gli sguardi, ma di certo non deve vedere la tua testa spuntare da dietro i personaggi!

È ovvio che dietro i personaggi e le loro battute ci sei tu, la tua penna e il tuo lavoro di lima, ma, come diceva Verga, la mano dell’autore deve rimanere “assolutamente invisibile” e l’opera deve sembrare “essersi fatta da sé” (dalla prefazione alla novella L’amante di Gramigna, nella raccolta Vita dei campi).

A cosa servono i dialoghi in un romanzo

All’interno di un romanzo, se è scritto bene un dialogo porta avanti la vicenda, dando informazioni nuove al lettore o mostrando il carattere dei personaggi coinvolti; d’altra parte, però, se è scritto male, può ottenere l’effetto contrario e insabbiare il ritmo narrativo in chiacchiere inutili e ridondanti.

Un buon dialogo dovrebbe quindi assolvere ad almeno una delle seguenti funzioni:

1) portare avanti la storia, fornendo a un personaggio informazioni che prima non aveva, senza dover sempre ricorrere a sequenze narrative;

2) fornire informazioni sul tempo e luogo in cui si svolge la vicenda per contestualizzarla;

3) caratterizzare un personaggio, dandogli una sua “voce” distintiva;

4) far emergere in modo implicito il carattere e/o lo stato d’animo del personaggio;

5) far emergere, crescere o risolvere il conflitto fra personaggi;

6) ricreare un’atmosfera di vita vera, facilitando l’immedesimazione del lettore;

7) muovere il ritmo della narrazione.

1) Scrivere dialoghi per fornire informazioni

Il primo scopo dei dialoghi è dunque quello di portare avanti la storia, fornendo a un personaggio informazioni che prima non aveva, senza dover sempre ricorrere a sequenze narrative.

La sequenza dialogica, infatti, permette di dare movimento al testo, anche dal punto di vista grafico ed è quindi un’ottima scelta per dare al lettore informazioni nuove in un modo diverso dal semplice paragrafo narrativo.

La volontà di fornire al lettore elementi nuovi non va però abusata riempiendo i dialoghi di informazioni inutili, ovvie o ridondanti.

Un errore molto frequente nella stesura dei dialoghi è infatti quello di riempirli di informazioni inutili o ridondanti per paura che il lettore non capisca. Gli inglesi lo chiamano info dump, ovvero sovrabbondanza di informazioni e in narrativa è ciò che più di tutto allontana il lettore da un testo, perché lo fa sentire stupido, uno che non riesce da solo a capire tante cose.

Si trovano così scene tra due personaggi che si dicono l’un l’altro cose che per loro dovrebbero essere ovvie e che in un dialogo nella vita vera non direbbero mai. Il lettore capisce che quelle battute sono scritte solo e apposta per lui e la scena scritta in questo modo risulta artificiale.

Facciamo un esempio.

Rientrando a casa, Luca incontrò Giovanni sul cancello.

«Ciao Giovanni, come stai?»

«Bene, grazie, ero giusto venuto a chiederti se mi puoi prestare il trapano, ma Anna, tua moglie, non sapeva dirmi dove l’hai messo.»

«Il trapano? Sì, certo, ma non ce l’ho. L’ho prestato a Marco, il tuo vicino di casa, ricordi? Eri venuto tu ad accompagnarlo qui da me.»

«E non te l’ha ancora restituito?»

«No, purtroppo. Anzi, sarebbe ora che lo facesse! Comincio a pensare che se lo sia tenuto apposta, quando gliel’ho dato non faceva altro che ammirarlo. Perché è proprio un gran trapano, eh! L’ho pagato un sacco.»

«Sì, lo so, ma vedrai che si sarà solo scordato. Come sai lui ha 70 anni, magari la memoria comincia a perdere qualche colpo.»

«Bah, sarà… Comunque, visto che adesso il trapano serve a te, vaglielo a chiedere tu.»

In questo esempio non c’è nessun motivo di specificare che Anna è la moglie di Luca, che Marco è il vicino di casa di Giovanni, che è stato proprio Giovanni a presentarlo a Luca, che Marco ha 70 anni, o che il trapano costava tanto: sono tutte informazioni che i due personaggi sanno già e quindi in un dialogo vero non direbbero mai.

Un dialogo scritto così è chiaramente artificiale e rivela la mano dell’autore, che vuole guidare passo passo il lettore, affinché non si perda o fraintenda.

Un dialogo più realistico – pur nella semplicità dell’esempio – sarebbe quindi questo:

«Ciao Giovanni, come va?»

«Ciao, ero giusto venuto a chiederti se mi puoi prestare il trapano, ma Anna non sa dirmi dove l’hai messo.»

«Il trapano? Sì, certo, ma non ce l’ho. L’ho prestato a Marco, ricordi?»

«E non te l’ha ancora restituito?»

«No, purtroppo. Anzi, comincio a pensare che se lo sia tenuto apposta.»

«Ma no, vedrai che si sarà solo scordato. Alla sua età magari la memoria comincia a perdere qualche colpo.»

«Bah, sarà… Comunque, visto che adesso il trapano serve a te, vaglielo a chiedere tu.»

Prova dunque a rileggere i dialoghi che hai scritto finora con occhio critico e togli tutte quelle informazioni che sono superflue.

Fidati del tuo lettore! Non pensare che lui non possa capire, non trattarlo come uno stupido.

Per verificare quello che sto dicendo prova ad ascoltare qualche conversazione “rubata” su un mezzo pubblico o in una sala d’attesa, oppure guarda un film che non hai mai visto a partire da metà: se ascolti due persone che si conoscono e che parlano tra di loro, probabilmente potresti non capire tutti i riferimenti che fanno, ma sicuramente capirai i loro stati d’animo e la relazione che le lega (se sono amiche, se sono in confidenza, se una delle due si impone sull’altra, ecc.).

Questo è ciò che deve succedere anche a chi legge i dialoghi del tuo romanzo.

Il lettore deve capire gli stati d’animo e le relazioni. Il resto lo sa già perché ha letto le pagine precedenti, oppure lo capirà leggendo quelle successive.

Anzi, non dire tutto in modo esplicito all’interno di un dialogo serve proprio a mantenere alta la curiosità del lettore e spingerlo a continuare la lettura per saperne di più.

2) Scrivere dialoghi per contestualizzare la vicenda

Un altro scopo dei dialoghi in un romanzo è quello di fornire informazioni sul luogo e sul tempo in cui si svolge la vicenda in modo, per così dire, implicito.

Potresti, per esempio, aprire il romanzo in modo freddo dicendo:

Anna viveva a Milano da due anni.

oppure:

Era il 1946 ed Ernesto non riusciva a trovare lavoro.

Ma questo sarebbe un modo banale per dare queste informazioni, scoprendo poi la mano dell’autore, che si inserisce come narratore onnisciente nella storia.

In modo molto più efficace potresti invece far parlare i personaggi tra di loro e far emergere, tra le righe, le informazioni che ti interessa dare.

Ad esempio, Anna parla con una collega e dice:

«Da quando vivo qui a Milano…»

oppure un negoziante risponde alla richiesta di Ernesto:

«Figliolo mio, la guerra è finita, è vero, ma qui è ancora dura per tutti. Mi dispiace, ma non ho lavoro per te.»

In questo modo puoi dare al lettore tutte le informazioni di contesto che vuoi (sul luogo, sul periodo storico, sulle relazioni tra i personaggi) senza far sentire la tua voce e lasciando che siano i personaggi stessi a parlare.

3) Scrivere dialoghi per caratterizzare un personaggio

Un altro scopo dei dialoghi in un romanzo è certamente quello di caratterizzare un personaggio, facendo emergere la sua “voce” distintiva.

Attraverso il linguaggio che usa, costituito da quello che dice e da come lo dice, ogni personaggio acquisisce di fronte agli occhi dei lettori un suo carattere, una sua personalità.

Questo, se ci pensi, accade anche nella vita vera: appena senti parlare una persona che non conosci immediatamente e istintivamente ti fai un’opinione su di lei per quello che dice e come lo dice.

Lo stesso vale dunque per i tuoi personaggi.

Attraverso le battute di un dialogo e il suo modo di parlare, un personaggio dà al lettore informazioni implicite riguardo alla sua personalità, al suo umore momentaneo, al suo bagaglio culturale, alla sua condizione sociale.

In una manciata di righe (e quindi di secondi) tutto questo determina la simpatia o l’antipatia, l’interesse o l’indifferenza che il lettore proverà per il personaggio.

Poche battute possono essere sufficienti per far emergere un carattere forte e volitivo, per rendere un tono di voce seducente o malizioso, per dimostrare giovialità e leggerezza o, al contrario, pessimismo o ostilità.

Caratterizzare un personaggio attraverso il dialogo può significare anche attribuirgli dei vezzi linguistici, dei modi di dire, delle espressioni ripetute o degli intercalari che lo distinguono, oppure rivelare la sua origine geografica con intonazioni dialettali o straniere.

Attraverso la caratterizzazione “vocale” dei tuoi personaggi puoi rafforzare la costruzione delle loro figure nello sviluppo complessivo del romanzo e differenziare un personaggio dall’altro, perché in fondo un personaggio non resta nella memoria del lettore solo per ciò che fa, ma anche e soprattutto per come è.

4) Scrivere dialoghi per far emergere lo stato d’animo dei personaggi

Scrivere dialoghi è un ottimo modo per far emergere lo stato d’animo, l’umore momentaneo dei personaggi, senza doverlo dire in modo esplicito.

Come abbiamo detto altre volte, infatti, la caratterizzazione psicologica di un personaggio è più efficace se avviene attraverso i suoi comportamenti, le sue reazioni e i suoi gesti, invece che attraverso una dichiarazione esplicita del narratore. Gli americani dicono Show, don’t tell (mostra, non raccontare) e il modo migliore per mostrare un umore o uno stato d’animo è proprio quello di fare interagire il personaggio con altri.

Tornando all’esempio che ti ho fatto all’inizio, se tu ascolti una conversazione tra persone che non conosci o tra personaggi di un film che non hai mai visto, molto probabilmente puoi non capire tutti i riferimenti che fanno nei loro discorsi, puoi non capire a chi o a cosa si riferiscono, ma sicuramente capisci subito se sono felici o tristi, arrabbiate o concilianti, nervose o calme, interessate o indifferenti.

Tutte queste informazioni ti vengono date dal modo in cui parlano, dal tono che usano, dai gesti che fanno. Un dialogo quindi non è mai fatto solo da cosa viene detto, ma anche dal come.

Questo vale nella vita vera e di conseguenza anche – e a maggior ragione – in un testo di narrativa, che quella vita la vuole proprio imitare.

Come fare dunque per far emergere all’interno di un dialogo gli stati d’animo e gli umori di un personaggio?

Prima di tutto con qualche breve passaggio di accompagnamento tra una battuta e l’altra che possa spiegare come il personaggio in questione pronuncia una frase o reagisce alla frase ascoltata.

Se il tuo personaggio è arrabbiato, parlerà con frasi brevi e nette, perentorie o aggressive, poi magari si alzerà di scatto o batterà il pugno sul tavolo o uscirà sbattendo la porta.

Se il tuo personaggio è triste e malinconico, sospirerà, lascerà le frasi a metà, volgerà lo sguardo fuori dalla finestra verso un punto indistinto, oppure, al contrario, abbasserà la testa.

Se il tuo personaggio è nervoso risponderà con monosillabi, guardandosi continuamente attorno, si contorcerà le mani, fumerà la sua sigaretta con tiri brevi e ripetuti, o camminerà avanti e indietro per la stanza.

Insomma, ogni emozione ha una gamma di reazioni che la rendono palese all’interno, per chi la prova, e all’esterno per chi osserva.

Anche in questo caso le informazioni accessorie sull’umore e lo stato d’animo possono essere date in modo esplicito dalla voce narrante, oppure possono essere esse stesse contenute in una battuta del dialogo, magari come osservazione fatta dall’interlocutore che dice al tuo personaggio di non urlare, o di farsi coraggio, o di smettere di fumare e così via.

5) Scrivere dialoghi per far emergere il conflitto fra personaggi

Sicuramente i dialoghi in un romanzo sono il momento migliore per far emergere il conflitto tra due personaggi.

Se due personaggi nella tua storia sono in lotta tra loro, non si sopportano, hanno litigato, sono in competizione o, per qualsiasi motivo, uno ostacola l’altro, è proprio facendoli incontrare e discutere che riesci a dare risalto al loro conflitto.

Un dialogo accesso tra due personaggi è una scena importante che, nel giro di poche battute può dare una scossa alla storia, può fornire informazioni utili, può mostrare il carattere dei due litiganti oppure può far scaturire nuove incomprensioni e fraintendimenti che alimenteranno poi le pagine successive.

Fai quindi in modo che protagonista e antagonista si scontrino verbalmente, e lascia che siano loro, con le loro parole, a spiegare al lettore perché si trovano su posizioni opposte, cosa li allontana, cosa pensano l’uno dell’altro.

Questo ti aiuterà a dare spessore ai tuoi personaggi, perché li metterai in una situazione difficile e il lettore potrà vedere come reagiscono alle provocazioni, alle offese, come si comportano sotto pressione, come vivono ed esternano la delusione o la rabbia.

Inoltre, la scrittura di un litigio o di un diverbio può aiutarti a creare nella tua storia tensione e suspense, perché il lettore sarà invogliato a continuare nella lettura per scoprire se il fraintendimento viene chiarito, se i due si riconcilieranno, quando e come.

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6) ricreare un’atmosfera di vita vera, facilitando l’immedesimazione del lettore

Inserire dialoghi in un romanzo significa aiutare il lettore a immedesimarsi nella vicenda e a sentire la storia come più “vera”, proprio perché nella vita reale noi facciamo tante cose, ma soprattutto ci relazioniamo con gli altri.

Lo facciamo in continuazione: tutto il giorno parliamo con altre persone, in famiglia, con gli amici, al lavoro. La nostra vita procede grazie a continui incontri dialogici.

Ora, un romanzo potrebbe anche contenere solo sequenze narrative, descrittive o riflessive, ma di certo, la presenza dei dialoghi è l’unica che può dare  al lettore l’apparenza di realtà. Come abbiamo visto prima, infatti, un dialogo ben scritto crea l’illusione di essere di fronte ai personaggi e guardarli vivere.

In un dialogo il lettore sente la “voce” dei personaggi, vede come reagiscono, capisce come la pensano, e soprattutto – se il dialogo è scritto bene! – dimentica la presenza dell’autore e si sente a contatto diretto con i personaggi stessi.

Che gli siano simpatici o meno, che tifi per loro o che abbia voglia di prenderli a schiaffi, è proprio grazie ai dialoghi che il lettore può davvero entrare nella storia e sentirsi partecipe della vicenda. Gli sembrerà di essere lì con i personaggi e davvero staccherà la spina dalla sua realtà per entrare nella realtà narrativa.

7) Muovere il ritmo della narrazione

Infine, un ultimo scopo dei dialoghi in un romanzo è quello di muovere il ritmo della narrazione.

Come abbiamo detto in altre occasioni, infatti, le diverse tipologie di sequenze hanno ritmi diversi.

Da una parte ci sono le sequenze narrative, che sonosequenze dinamiche e velociperché possonoraccontare anche lunghi periodi di tempo e fanno andare avanti la storia.

Al polo opposto, le sequenze descrittive e riflessive sono sequenze lente o perfino statiche, perché rallentano o fermano del tutto lo svolgimento della vicenda per fornire elementi di caratterizzazione di ambienti e personaggi.

A metà strada tra le une e le altre si collocano invece le sequenze dialogiche, dette anche “scene”, nelle quali il tempo del racconto corrisponde al tempo della storia perché il tempo che i personaggi impiegano a parlarsi l’un l’altro è uguale al tempo che il lettore impiega a leggere il loro scambio di battute.

Inserire opportunamente sequenze dialogiche nel tuo romanzo ti permette dunque di giocare con le diverse velocità delle sequenze e alternare passaggi in cui il tempo rallenta o corre veloce o va di pari passo con il tempo della realtà.

Lo scopo di ogni autore dovrebbe infatti essere quello di scrivere un romanzo dal ritmo vario, che non annoi il lettore e che rispecchi le diverse velocità che la vita vera ha.

Dialoghi verosimili ma non veri

L’obiettivo principale della scrittura di dialoghi è dunque quello di rendere più vera e credibile la vicenda narrata.

Con le scene dialogiche, infatti, il lettore vede vivere i personaggi davanti ai suoi occhi, sente le loro “voci”, si cala nella storia il ritmo della narrazione assume tratti più realistici.

Detta così, sembrerebbe dunque che per scrivere un dialogo efficace basti trascrivere un dialogo registrato dal vero. Cosa ci sarebbe di più vero di un dialogo davvero avvenuto tra due persone, trascritto pari pari così come è avvenuto?

E invece non è così che funziona, perché l’aspetto più difficile dei dialoghi è proprio che per essere efficaci essi devono essere verosimili ma non veri.

Per essere efficaci i dialoghi in un romanzo devono essere verosimili ma non veri.

La trascrizione fedele di un dialogo reale, risulterebbe essere un testo sconnesso e per nulla efficace.

Nella vita reale, infatti, quando parliamo, tutti noi passiamo da un argomento all’altro senza logica apparente, non ci preoccupiamo della correttezza sintattica delle frasi che costruiamo, spesso usiamo espressioni gergali, ci interrompiamo l’un l’altro in continuazione e soprattutto ripetiamo, ripetiamo, ripetiamo. Fino allo sfinimento, nostro o altrui.

Se tu volessi riportare per iscritto un dialogo ascoltato tra persone reali, otterresti un testo scorretto, incomprensibile o noioso.

Pensa per esempio a quando tu stesso hai litigato con qualcuno, tua moglie, tuo figlio, o un tuo amico: la vostra litigata è durata parecchio e durante il diverbio ciascuno di voi due ha ripetuto le proprie posizioni più e più volte, cercando di convincere l’altro. Magari siete andati avanti per mezz’ora senza poi arrivare a una vera conclusione. Ebbene, per te che in quel momento hai vissuto quel litigio, ogni parola è stata importante, ma pensa a quanto sarebbe noioso per un lettore leggere la trascrizione fedele di quel dialogo. Dopo poche righe sbufferebbe di noia!

Voglio quindi darti 2 consigli fondamentali per scrivere un buon dialogo nel tuo romanzo:

1) scrivi battute molto più concise di quelle che diresti nella realtà e contieni la lunghezza del dialogo nel suo complesso;

2) soprattutto rileggi continuamente la scena a voce alta, per sentire le voci dei personaggi e il ritmo delle loro battute.

In fondo il dialogo è la scena che dà letteralmente “voce” ai tuoi personaggi e quindi la puoi gestire solo se ascolti questa “voce” e affini il tuo orecchio.

Scrivere dialoghi efficaci è dunque un mestiere che si padroneggia con l’esperienza. Anzi, come dice Stephen King nel suo On Writing, Autobiografia di un mestiere, “scrivere bene i dialoghi è un’arte e non solo un mestiere”.

Scrivere bene i dialoghi è un’arte e non solo un mestiere. (Stephen King)

Le regole e i consigli servono, la lettura continua di buoni libri anche, ma alla fine non resta che provare.

Esercizio per imparare a scrivere dialoghi

Infine, voglio lasciarti con un esercizio.

Per verificare come i grandi autori gestiscono i dialoghi e la quantità di informazioni al loro interno fai questo esercizio, tanto semplice quanto efficace.

1) Prendi un romanzo che hai già letto e che conosci bene, meglio se scritto da un autore famoso. Trova al suo interno una scena dialogica e rileggila con attenzione.

2) Scrivi su un foglio:

  • quali informazioni nuove i personaggi si scambiano in modo esplicito all’interno del dialogo (cose che né il lettore né i personaggi sapevano prima)
  • quali informazioni pregresse sono necessarie per capire i riferimenti interni al dialogo (cose che sanno già sia i personaggi che il lettore)
  • quali informazioni pregresse si intuiscono ma non sono esplicitate altrove nel romanzo (cose che i personaggi sanno, ma il lettore no e può solo intuirle)
  • quali informazioni future vengono accennate ma non chiarite (cose che accadranno e che i personaggi sanno o meno, ma che il lettore non sa e può scoprire solo continuando a leggere).

Alla fine controlla quali tra queste tipologie di informazioni sono le più numerose.

3) Scrivi sul tuo foglio quale emozione secondo te sta vivendo ciascuno dei personaggi. Scrivilo di getto, poi verifica quali sono gli elementi che ti hanno portato a questa interpretazione. Torna quindi sul testo e sottolinea le espressioni esplicite che l’autore ha inserito per descrivere lo stato d’animo dei personaggi (aggettivi, avverbi, perifrasi).

4) Infine rileggi il dialogo a voce alta, per sentire le voci dei personaggi e il ritmo del testo.

In pratica questo esercizio consiste nello smontare un dialogo di un autore famoso per studiare come è costruito. È, in fondo, il lavoro bisognerebbe fare con ogni elemento narrativo, e non solo con i dialoghi, per migliorare la propria scrittura.

Risorse Utili